Una città con più centri di attrazione

“Riappropriamoci della città”, è la frase che spicca all’ingresso del tendone di piazza Duomo: un appello alla cittadinanza fondato sul principio di inclusione-condivisione. Piazza del mercato è un “presidium” di resistenza e di rigenerazione della società aquilana, un polo di attrazione-partecipazione che vuol ricostruire la città fisica ed il suo tessuto sociale secondo un nuovo modello e una nuova gerarchia di scale e di valori, che fa del processo di rigenerazione locale un’occasione di rigenerazione globale; uno svolgimento questo che può essere realizzato solo all’interno di una prospettiva policentrica. La policentricità oggi è entrata a far parte di ampi settori del nostro mondo: dalla pianificazione turistica alla organizzazione dei servizi, dalla valorizzazione dei beni culturali alle economie attivabili in uno schema di differenziazione e di opportunità tipologiche e temporali. Il settore in cui, però, ha trovato la più alta espressione è quello del network, il cui impiego quotidiano va radicalmente cambiando i nostri modelli di conoscenza e di comportamento, segnando il passaggio dal verticale all’orizzontale, da una visione di privilegio-esclusione ad una di inclusione generalizzata. Pur configurandosi come tipico modello della contemporaneità il sistema policentrico, nelle sue manifestazioni insediative, affonda le sue radici in un lontano passato, incarnandosi nel sistema italico “pago-vicano”, costituito da una rete di piccoli centri (vici) e recinti fortificati d’altura (oppida), amministrati da unità superiori (pagi): un endemismo proprio dell’habitat dell’alta e media valle dell’Aterno, legato ad una visione insediativa diffusa, “a nebulosa”, quindi policentrica, alternativa a quella compatta dell’antica Roma. Tuttavia, è proprio a Roma, in età sistina, che il modello di policentricità riaffiora vigorosamente per disegnare il nuovo paesaggio della cristianità. Lo fa, triangolando i grandi poli monumentali della cristianità, costituiti dai complessi basilicali mediante l’apertura di ampi percorsi di connessione. L’intento papale era quello di mettere in rete i luoghi rappresentativi della cultura cattolica, facendone degli itinerari narrativi. Un’altra forma di policentricità fu attuata dal barone Haussmann, nella Parigi di Napoleone III, come intervento di grande trasformazione territoriale, volta ad avvolgere la città in una rete di percorsi (boulevards) che collegavano direttamente i principali poli urbani. Lo strumento della policentricità, all’Aquila, si configura come una modalità orientata a convertire il processo di ricostruzione locale in una opportunità di rigenerazione globale. Ma su quali elementi e segni fondare tale progetto e quali processi di identificazione coinvolgere in una condizione – quale quella attuale – di città in bilico tra ricerca d’identità e spaesamento, tra locale e alterità? Alcuni luoghi, come il centro storico, producono identificazione e ci fanno sentire dentro; altri, come i quartieri Case, i grandi centri commerciali, i nuclei industriali trasformati in centri direzionali, la Scuola della Finanza, l’aeroporto, promuovono l’estraneazione e ci fanno sentire altrove: sono questi i “non luoghi”, o luoghi dell’atopia. Ponendosi come grandi contenitori indifferenti al contesto, questi complessi evidenziano una forma di gigantismo che non sta tanto nella loro dimensione – visto che nella città storica ve ne sono di altrettanto imponenti – quanto piuttosto nella loro assenza di relazione, nella loro estraneità al sito, nel configurarsi come enclave, interamente dispiegate al loro interno, grandi oggetti che galleggiano nel territorio urbanizzato. Essi sono i nuovi poli visivi del territorio, i nuovi monumenti che orientano le direzioni di attraversamento sociale. A differenza dei grandi monumenti del passato, volti a tener viva l’identità locale tramite il ricordo e la memoria, questi sono orientati a catturare l’interesse per l’immediato e a soddisfare i desideri del presente. A queste due categorie se ne aggiunge una terza, costituita dal paesaggio fluviale dell’Aterno: un reticolo naturalistico che pur rappresentando il corridoio ecologico lungo il quale si è strutturato un esteso sistema insediativo regionale, oggi viene solitamente – e ingiustamente – valutato come un paesaggio della dismissione. A ben guardare, è all’interno delle suddette categorie di luoghi che si nascondono i segni del “possibile”, che si percepisce il segno del globale, in grado di costruire un’idea di città policentrica di reti e nodi infrastrutturali a maglie larghe, capace di inserire L’Aquila in un circuito di ordine superiore.

Giancarlo De Amicis

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