Un nuovo ruolo per il centro storico

 

Diciamoci la verità. Di fronte all’immane sfida della ricostruzione della Città, le cui linee-guida dovrebbero essere oggetto di un ampio e quotidiano dibattito, noi Aquilani siamo tutti in grave ritardo. La “spettacolare” risoluzione dello stato di emergenza, l’esasperante lentezza della ricostruzione “leggera”,  l’incertezza sui tempi necessari e sui fondi disponibili per ricostruire il centro storico, sembrano infatti rinviare sine die il problema delle scelte, dando spazio a soluzioni caotiche ed incontrollate. Le poche voci che finora si sono udite su questo tema sono riconducibili sommariamente a due soli modi di prospettare il futuro : la posizione della Curia e di un certo notabilato aquilano di ricostruire tutto “com’era e dov’era”, e la posizione di alcuni intellettuali cittadini (a cominciare da Giancarlo De Amicis e Alessandro Clementi) di trasformare la ricostruzione in una sorta di ri-fondazione dell’Aquila con criteri fortemente innovativi. Se l’intelligenza di una comunità sta anche nel saper trasformare una sventura in una opportunità, credo anch’io fortemente in una nuova visione fondata sul decentramento e il policentrismo della città-territorio.

Immagino infatti una città estesa, le cui nuove mura siano costituite dalla cinta montuosa che delimita la conca aquilana. Un territorio che individui il proprio asse principale nella ferrovia metropolitana e nella fascia fluviale dell’Aterno, lungo la quale collocare strutture sportive e meeting points soprattutto giovanili per farne – come dice suggestivamente l’architetto De Amicis – un vivace Central Park cittadino.

Il centro storico dev’essere, in questa prospettiva, il cuore pulsante, colorato e luminoso, di un più vasto organismo immerso nella natura. Se non si vuole ridurre il centro storico ad una città-museo, bisogna evitare di svuotarlo della sua residenzialità e delle sue attività commerciali, bisogna recuperare ovviamente tutto il suo patrimonio artistico-architettonico di tipo religioso e civile, ma è anche necessario cedere al territorio tutti quei servizi che in passato lo congestionavano di funzioni e di traffico veicolare.

Un decentramento intelligente e multipolare, sostenuto da una adeguata viabilità, potrebbe ricucire dinamicamente il centro rappresentativo con i nuovi insediamenti sub-urbani, con le frazioni e con i centri minori circostanti, realizzando peraltro una redistribuzione democratica dei servizi. Immagino insomma una città più equilibrata, pienamente a misura d’uomo, una città “demalinconizzata” e gioiosa, più bella e più ordinata, con un’altissima qualità della vita. Una piccola aerea metropolitana che sia capace di mobilitare le sue intelligenze, di valorizzare la sua bellezza e le sue risorse, di attrarre turismo non occasionale ed investimenti.

Temo che nelle stanze segrete di molte imprese e agenzie immobiliari (per lo più non aquilane) siano già pronti dettagliati progetti di ricostruzione ispirati dalla sola logica del profitto, la stessa che portò negli anni Sessanta all’urbanizzazione di Pettino e di altre zone inadatte all’edificazione. Saranno questi i progetti vincenti se oggi la società civile (esaurita la necessaria fase autoconsolatoria del racconto corale dell’accaduto), non sarà capace di elaborare tempestivamente idee propositive per l’avvenire della Città, ispirate all’interesse comune. In fin dei conti, se cittadini e classe politica non sapranno dire adesso quale dev’essere L’Aquila di domani, sarà bene che tacciano per sempre.

 

Walter Cavalieri

 

 

 

 

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