Se la politica seguisse il metodo della scienza

 

Da tempo l’associazione culturale “Policentrica” pone al centro della sua proposta l’importanza del controllo democratico nella pratica amministrativa e politica. Mi si consentano al riguardo alcune brevi considerazioni, che prendono spunto dalla tesi di Karl Popper sulla fallibilità o finitezza umana.

Sebbene tale tesi non sia certo una scoperta contemporanea, è anche grazie al contributo del pensatore viennese che essa è tornata a ricoprire, in pieno Novecento, un ruolo esplicativo fondamentale tanto in ambito scientifico che in ambito sociale. Ma cosa significa, esattamente, sostenere che l’uomo è un animale fallibile? Secondo un’ipotesi largamente condivisa, significa che all’uomo non compete il possesso (irraggiungibile) della verità, quanto piuttosto la ricerca mai conclusa di essa. In altri termini, significa riconoscere che, a causa della nostra natura di esseri finiti, siamo costitutivamente predisposti all’errore.

Una conclusione del genere, tuttavia, non dovrebbe suscitare imbarazzo, nè tantomeno spingere ad abbracciare una qualche forma di scetticismo perchè è proprio con i mattoni della fallibilità che si sono potuti costruire i migliori edifici della civiltà umana, ovvero quello della scienza e quello della democrazia; mentre è con quelli dell’infallibilità che sono stati eretti i più orribili come intolleranza, dogma e totalitarismo.

Più in particolare, la fallibilità rappresenta la struttura portante, la radice comune, tanto della scienza che della democrazia: come una teoria è realmente scientifica solo se può esser falsificata dall’esperienza, così una società è davvero democratica se, riconoscendo l’inesistenza di un punto di vista privilegiato con cui interpretare la realtà, accetta apertamente di essere criticata.  In buona sostanza, secondo Popper, non basta il consenso popolare per fare di una società una società democratica e questo per la semplice ragione che se un’intera nazione vota dittatori come Hitler il consenso c’è, ma la società non è affatto democratica.

A rendere democratica una società è piuttosto il consenso sul possibile dissenso, anche di uno solo. In altre parole, una società in cui non vi è dissenso, cioè  in cui l’operato di chi governa non può essere controllato e messo sistematicamente alla prova dall’attività critica dei cittadini, non può essere considerata autenticamente democratica.

Di conseguenza, chi amministra la ‘cosa pubblica’ dovrebbe essere pronto – così come lo scienziato – non solo ad accettare le critiche, ma addirittura a stimolarle e a promuoverle nel suo stesso interesse. Se siamo d’accordo con Popper, allora non potremo fare a meno di osservare che la presunzione di infallibilità è incompatibile con l’idea stessa di democrazia. Infatti, chi è convinto di possedere la verità o valori esclusivi, chi crede di aver scoperto in via definitiva ciò che è bene e ciò che è male per una comunità, scambierà la sua personale concezione come la migliore in assoluto, e magari penserà che, se gli altri non la riconoscono come tale, è solo per mancanza di consapevolezza o addirittura per ignoranza.

Basandosi sull’idea di perfettibilità, la democrazia si caratterizza invece come il luogo privilegiato del confronto razionale tra individui che, consapevoli dei propri e degli altrui limiti, utilizzano l’arma della critica per tentare di risolvere i loro problemi al fine di costruire un percorso di crescita che sia il più partecipato e solidale possibile. E quanto più ampi saranno gli spazi in cui esercitare il dialogo e la partecipazione diretta dei cittadini, tanto più la società aperta rafforzerà se stessa dal momento che promuoverà la crescita di persone autonome ed eticamente responsabili.

In termini più generali, ma soprattutto nello specifico contesto aquilano, una delle sfide che oggi abbiamo davanti consiste proprio in questo: considerare la competizione e il confronto tra idee la base essenziale per una proficua collaborazione tra individui che guardano al bene comune. Una confronto, si noti, che sarà tanto più efficace se coloro che presiedono le istituzioni saranno disposti a considerare la propria fallibilità non come un segno di debolezza ma come un’occasione virtuosa capace di ridurre al minimo la possibilità dell’errore. Questo sembra del tutto ragionevole.  Speriamo quindi che, d’ora in avanti, non saremo considerati solo come  elettori ma saremo ascoltati come cittadini.

 

Alessio Santelli – Policentrica-onlus (Dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi dell’Aquila)

 

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