Le “Mura del Diavolo” polarità della città territorio

Una polarità archeologica di notevole importanza della città territorio dell’Aquila sono le mura ciclopiche denominate “Mura del diavolo o delle fate”, poste in una zona impervia, nel tenimento di Arischia, nelle vicinanze di Cansatessa.

Sono tornato a visitare le Mura dopo due anni e quattro mesi dal terremoto per verificarne lo stato. Posso dire che hanno resistito bene alla violenza devastatrice del terremoto, ma il tempo e soprattutto l’incuria degli uomini continuano a creare danni. I grandi blocchi di pietra calcarea si spostano mossi dalle radici degli alberi e dalla spinta naturale del terreno. Se non si pone un freno a questo continuo e inesorabile movimento, i muri crolleranno.

Le mura ciclopiche o megalitiche sono situate principalmente nelI’Italia centrale e risalgono al periodo fra il VI e il III secolo a.C, in seguito sostituite dall’òpus caementìcium dei romani. Esse sono realizzate con grandi blocchi di pietra calcarea lavorata posti a secco.

Quelle dell’aquilano sono denominate dalla gente del luogo “Mura del diavolo o delle fate” perché legate a leggende fantastiche e paurose. Nella zona sono stati rinvenuti molti reperti litici dell’ultima fase del paleolitico inferiore e del paleolitico medio, cioè quando era presente sulla terra l’Homo di Neandertalensis, che ci fanno comprendere che il luogo fu importante già nell’età della pietra.

Le mura sono poste tra due colli divisi da un torrente, ormai secco ma un tempo fluente, il Colle di Ottone e il Colle di Busci. Essi contengono diversi tratti di muri ciclopici, sul Colle di Busci due tratti perpendicolari alla linea di massima pendenza che andavano un tempo a costituire un unico muro, mentre sul Colle di Ottone, quattro tratti di muri ciclopici, di cui tre perpendicolari alla linea di massima pendenza, e l’altro parallelo. Questi muri andavano a costituire un recinto di forma quadrangolare delle dimensioni circa di 45×30 m con un muro divisorio all’interno.

I muri sono di diversa fattura, quello meglio lavorato, con una perfetta aderenza tra i blocchi, è posto più in alto, sul Colle di Ottone, mentre quello che sicuramente era di dimensioni maggiori, con un’altezza di8,5 mcon doppia fila di blocchi, era posto più in basso, oggi ridotto circa alla settima parte.

All’interno del recinto vi sono i resti di una costruzione circolare realizzata in pietra legata con malta di calce di epoca romana. E’ stato rinvenuto anche un breve tratto di muro dello spessore di 30 cm.

La funzione non è stata ben compresa e i diversi autori che ne hanno parlato hanno dato diversi pareri. Quelli più accreditati sono il Marinangeli che protende per area sacra mentre il Persichetti per sbarramento delle acque. Il Prof. Alessandro Clementi in una riunione prospettò che potesse essere Pitinum, cioè Pettino, dato che non sono mai stati ritrovati resti dell’abitato antico.

Le mura dovrebbero essere un’importante tappa del turista che visita L’Aquila e il suo territorio. Affinché questo si realizzi, dobbiamo renderle agibili attraverso una ripulitura degli arbusti che intralciano o che le ricoprono, in seguito occorre reinserire i blocchi che si sono spostati, segnare il percorso partendo da Cansatessa e da Arischia, procedere a campagne di scavo per meglio comprenderne la funzione e infine pubblicizzarle anche attraverso pubblicazioni di studi e rilievi.

La ricostruzione dell’Aquila ha come priorità la ristrutturazione delle abitazioni ma insieme ad essa per consentirne uno sviluppo futuro è importante elaborare un piano strutturale territoriale che comprenderà anche la riqualificazione turistica delle emergenze archeologiche.

Giuseppe Curio

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