L’Aquila: rigenerazione di un polo di attrazione del Centro Storico

Quando si dice che la realtà supera la fantasia: 10 milioni per un parcheggio interrato sotto piazza San Bernardino e 16 milioni per la scuola “De Amicis”, per riportarci la scuola elementare dov’era e com’era. Ma 26 milioni di euro non si potrebbero spendere un po’ meglio? E’ così importante mantenere questo elefantiaco volume edilizio in prossimità di uno dei luoghi più seducenti del centro storico, che dall’evento sismico potrebbe trarre ulteriori opportunità di  arricchimento spaziale e diventare il cuore della città?

Da una planimetria tratta dal libro “L’Aquila”, di Alessandro Clementi e Elio Piroddi, si evince che la scuola “De Amicis” è annoverata  tra i fabbricati profondamente modificati durante il periodo post-unitario, compreso tra il 1861 e il 1931. L’edificio nacque come ospedale e fu utilizzato come sanatorio, poi diventò caserma ed infine fu adibito a scuola durante il fascismo. Non ha mai avuto le caratteristiche di idoneità proprie di una edilizia scolastica moderna e sicura e attualmente non contiene elementi architettonici di pregio. La sua ricostruzione e la destinazione d’uso a scuola elementare nel centro storico non è condivisa dalla maggior parte della popolazione, come dimostra un sondaggio cittadino pubblicato sul quotidiano il Capoluogo. Il sondaggio si è configurato come momento di riflessione sui problemi di una ricostruzione “dov’era e com’era” a qualunque costo e di sensibilizzazione alla sicurezza e funzionalità.

E’ evidente dunque che la ricostruzione di questo immobile vada affrontata in un’ottica di progetto d’area che interessa l’intera tematica del polo berardiniano. Quanto alla conservazione del “segno di allineamento stradale” e del significato dell’edificio nell’immaginario collettivo della popolazione,  il progetto potrebbe riproporre alcuni elementi significativi della costruzione, introducendone altri che accrescano  la natura di luogo centrale del comparto ed il suo ruolo di spazio della convivialità.

Ma allora – sentenziano alcuni – cosa si aspetta per buttarlo giù? Da recenti esplorazioni e commenti su Facebook si è rilevato che, nel centro storico, gli edifici in cui il moderno si innesta sulle preesistenze  suscitano un certo fascino, anche perché all’immagine di “città- museo” si sostituisce quella di città-laboratorio, in continua evoluzione. La ricostruzione “com’era dov’era” della De Amicis non conferisce al contesto berardiniano quella spazialità che invece si esige in uno dei luoghi di più intenso richiamo turistico della città. Peraltro, la sua fruizione quotidiana da parte del cittadino avviene in modo frettoloso e distratto, in quanto il complesso architettonico, situato lungo il tracciato del decumano attestato su Porta Leoni, è carente di un adeguato spazio aperto che ne faccia un luogo di sosta e di incontro.

L’ottocentesca scalinata che lo connette a piazza Bariscianello,  nonostante conferisca imponenza alla facciata della chiesa, rinvia ad una sequenza di spazi pubblici che allontanano l’osservatore dal nodo religioso.  Edifici pubblici come la “De Amicis” ed altri come l’adiacente caserma,  collocati in contesti nodali di siffatto valore strategico, appaiono come masse ingessate ed  inopportune da sostituire, espressioni decadenti di un conformismo mentale ed edilizio, dove la “bellezza”,  l’insostituibile ospite chiamata a rigenerare con la sua presenza  la città e i cittadini, viene raggirata e segregata nei ghetti museali. Gli instabili stati emozionali dell’odierna  società aquilana, sono anche una risposta del cuore ad una vita carente di sicurezza e di bellezza, che si protrae ormai da tempo.

La banalità e  la fredda e monotona efficienza, il formalismo burocratico e le coreografiche cerimonie pre-elettorali,  sono l’incarnazione del brutto, di quel “brutto” che sta deformando il cuore degli aquilani;  un cuore che andrebbe stimolato, ridestato dal sonno del “dov’era com’era”. Di questo si vanno facendo carico alcuni gruppi di cittadini che, rendendosi conto del desiderio di “bellezza” della città, stanno facendo di questo, oggetto di un’azione politica. Secondo loro infatti, una cosa è sognare, un’altra è proporre e condividere nuove idee, appassionare gli interlocutori con proposte concrete, con rappresentazioni, schizzi e ipotesi progettuali. Sono convinti che il coinvolgimento degli animi ed il messaggio di cambiamento da trasmettere alle istituzioni, siano legati più alla magia delle immagini che al linguaggio delle parole.

Giancarlo De Amicis

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