L’Aquila e la macroregione adriatica

L’Aquila oggi: il più grande cantiere d’Europa, contraddistinto da una ricostruzione lenta e con poche prospettive, che ha escluso dal suo vocabolario il termine “rigenerazione”; una ricostruzione che si consuma, vivacchiando fra le sterili diatribe sul futuro ruolo del centro storico ed i balletti pre-elettorali; fra il teatrino di accuse che i notabili del ceto politico si scambiano a mo’ di favori e la disparata e discordante mobilitazione della società civile, a cui si aggiunge, non ultima, l’allegra compagnia di operatori che, adoperandosi alacremente in un’acritica ricostruzione urbana, continua ad impinguare il proprio conto in banca. Un quadro generale da cui emerge, limpida, la “governance della deregulation” figlia carnale del libero mercato e rassegnato destino di un’aquila morente, priva di identità e di progettualità innovativa.

Probabilmente, quel che sfugge a gran parte dei cittadini e delle istituzioni è la memoria delle origini di questa città che aveva fatto della coesione socio-culturale ed economica la sorgente della propria fondazione, un principio che si era incarnato in una “vision urbana” improntata ad un policentrismo reticolare, i cui poli di attrazione erano costituiti dalle 99 piazze, 99 fontane e 99 chiese.

L’Aquila oggi, è una città dallo sguardo spento, dalla scarsa fantasia, che alla frequente autocommiserazione alterna la critica improduttiva. Guardarsi dentro e guardarsi intorno! Una visione più dilatata, legata ad una maggiore apertura verso scenari più ariosi – quale ad esempio quello della macroregione adriatico-ionica – potrebbe offrire alla città prospettive più seducenti di quelle che oggi le si parano davanti.

Probabilmente anche uno sguardo sulle opportunità offerte dalla direttrice tirreno-adriatica, l’aiuterebbe ad uscire dal coma intra-moenia nel quale è precipitata da oltre due anni. La visione ego-centrica sulla quale ha finora impostato la propria ricostruzione, costituisce il blocco principale che le impedisce di proiettarsi in una prospettiva innovativa, di tipo eco-centrico, alla cui base presiedono concetti come corridoi, polarità, areali: elementi fondanti di una strategia con la quale l’Europa va strutturando il suo grande organismo ambientale, economico e culturale.

“La continuità – ha scritto Bernardo Secchi – è la figura urbanistica che ha pervaso di sé la storia della città degli ultimi quattro secoli. Figura progressiva nel XVI secolo, diviene cattura dell’infinito nel XVII secolo, regolarità e trasparenza nel XVIII, articolazione e gerarchia nel XIX, quando ha trovato le sue rappresentazioni più complete nell’unificazione linguistica dello spazio urbano delle grandi capitali europee.” Il concetto di “continuità”, strettamente legato a quello di “reticolarità”, comprende e mette in relazione poli, corridoi e areali (schematicamente punti, linee, superfici). In quest’ottica l’obiettivo della Macroregione Adriatica diventa un’occasione per promuovere nuove forme di dialogo fra i diversi territori e pianificare, con modalità condivise, le diverse azioni programmatiche. Ciò implica una “vision” di fondo, trasversale e coerente con ogni iniziativa, fondata sulla coesione sociale e culturale di tutte le popolazioni dell’area adriatico-ionica, i cui temi dominanti sono le infrastrutture, l’ambiente e la cultura.

Tale progetto si pone agli antipodi delle attuali prospettive sulle quali ristagna la cultura e la prassi della ricostruzione aquilana, improntata all’isolamento, alla depauperazione ambientale, allo sfaldamento sociale, politico, economico. E che dire del corridoio tirreno-adriatico, l’asse trasversale che collega il polo pescarese con quello di Roma? Su questa direttrice l’Aquila potrebbe costruire il suo futuro di polo baricentrico, se solo riuscisse a immaginare, intorno al grande areale del Velino-Sirente, un grande organismo territoriale e socio-economico, comprensivo dei tre sistemi urbani facenti capo a l’Aquila, Avezzano, Sulmona – interconnesso dai tre corridoi antropico-ambientali, attestati sugli altipiani delle Rocche, sull’ex tratturo L’Aquila-Foggia e sull’ex tratturo Celano-Foggia.

Cominciando ad intessere rapporti di coesione con questi territori dell’Abruzzo Interno, la città riconquisterebbe una iniziale consistenza ed una vivacità culturale ed economica, che le consentirebbe di uscire dall’ultrasecolare isolamento e la vedrebbe attrice anziché spettatrice della grande mutazione in atto, legata alle prospettive della Macroregione Adriatica. Inoltre, il corridoio fluviale dell’Aterno-Pescara, riscoperto e valorizzato nella sua specificità di habitat, sede di un millenario sistema socio-culturale e produttivo, rappresenterebbe un’ulteriore opportunità per la città, qualora questa riuscisse a promuovere e ad elaborare un “Progetto territoriale” capace di porsi come “snodo tra il corridoio Adriatico e la direttrice trasversale tirreno-adriatica”.

Giancarlo De Amicis

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