6 aprile 2010 – un anno dopo

E’ passato ormai un anno dalla terribile e funesta notte del 6 aprile che ha schiantato la nostra Città, mobile come l’acqua da cui trae il suo nome eppure “immota” nell’ostinazione di rinascere ogni volta che la terra la scuote dal profondo. Un anno segnato dalla grande diaspora estiva, dall’odissea delle tendopoli, dallo storico evento del G8, dalla comparsa dei nuovi insediamenti “durevoli”, dal lento ripartire delle attività commerciali e produttive, dalla nascita spontanea del colorato “popolo delle carriole”.

A poco a poco, nel corso di questo anno memorabile, è scomparso dai nostri volti lo sguardo di sgomento dei primi mesi e abbiamo re-imparato a vivere una vita “normale”, ma la nostra memoria è ormai irreversibilmente spaccata in due (in un prima e in un dopo-terremoto) e i nostri discorsi continuano a ruotare sulle incertezze del domani. Come direbbe Flaubert, “l’avvenire ci tormenta e il passato ci trattiene”.

A un anno dal sisma, spenti i riflettori del circo mediatico e scalate le montagne di carta della rediviva burocrazia, si avvia lentamente la cosiddetta “ricostruzione leggera”, ma il nostro centro storico (il terzo d’Italia per estensione e uno dei più ricchi di edifici monumentali vincolati) resta ancora precluso e soffocato da milioni di tonnellate di macerie. Lo stesso vale per i centri storici minori e per le abitazioni inagibili danneggiate nelle parti strutturali. Se è vero che “il sistema Italia” ha funzionato così efficacemente al tempo dell’emergenza, è chiaro che tante lentezze sono oggi legate all’insufficienza dei fondi necessari alla ricostruzione e alla mancata applicazione di una tassa di scopo.

Nel frattempo il territorio cambia forma, non solo a causa dei 19 insediamenti del progetto C.A.S.E. e dei villaggi dei Moduli Abitativi Provvisori,  ma per i tanti interventi estemporanei e scollegati, di tipo abitativo e commerciale, nati nel clima di “deregulation” seguito al terremoto. In queste condizioni, ogni discorso sulla ricostruzione che voglia trasformare la nostra sventura in una opportunità positiva, dovrebbe essere preliminarmente inquadrato in una visione complessiva e condivisa della città che vogliamo. Invece, paradossalmente, di questo ancora troppo poco si discute, soprattutto da parte della classe politica, capace di tutto tranne che di progettare il futuro.

Personalmente, continuo a sostenere che il modello auspicabile sia quello di una città-territorio di tipo policentrico, nella quale funzioni e servizi siano diffusi in modo razionale e democratico, pur lasciando il principale ruolo ad un centro storico abitato, ben ristrutturato, pedonalizzato e decongestionato. Il flusso centrifugo innescato dal terremoto e la creazione di fatto di un’area metropolitana offrono infatti l’occasione di risanare antichi squilibri e di pensare una “città verde” immersa nella natura, che non si rinserri dentro le mura, ma sfrutti a pieno le sue risorse in termini economici e di qualità della vita.

Credo tuttavia che un grosso sforzo vada compiuto anche nella direzione della ricostruzione morale, psicologica e sociale della nostra comunità, superando atteggiamenti di indolenza, parassitismo economico, individualismo, già presenti prima del sisma. Anche in questo caso si offre oggi l’opportunità di creare  nuovi luoghi e nuove forme di aggregazione, di chiamare i cittadini ad una partecipazione attiva, di formare generazioni capaci di esprimere nuove abitudini di vita e una sensibilità culturale adeguata alle tradizioni del nostro popolo.

E’ il caso di sottolineare in conclusione che oggi qui si scrive un nuovo capitolo della storia aquilana, il cui esito è legato al nostro amore per la Città ma soprattutto all’intelligenza che sapremo mettere in campo.

 

 

Walter Cavalieri

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