La salute degli aquilani a 6 anni dal sisma

La salute degli aquilani a 6 anni dal sisma: il risultato degli studi condotti nel supplemento della rivista “Epidemiologia e prevenzione”

“Epidemiologia e prevenzione”, la rivista dell’Associazione Italiana di Epidemilogia, dedicherà un supplemento speciale a L’Aquila, per verificare quali studi e ricerche sono stati condotti dalla comunità scientifica dal 2009 ad oggi, allo scopo di monitorare lo stato di salute dei cittadini aquilani a sei anni dal sisma.
Lo comunica l’assessora alla Cultura, Elisabetta Leone, che nelle scorse settimane è stata contattata dai redattori della rivista medico-scientifica, il dott. Eugenio Paci, direttore scientifico della rivista, il dott. Benedetto Terracini, past director e il dott. Luigi Bisanti epidemiologo della ASL di Milano.
Il Comune dell’Aquila ha riunito attorno ad un tavolo la redazione della rivista, l’Università dell’Aquila e alcuni esponenti della comunità scientifica, allo scopo di verificare la disponibilità degli stessi a collaborare, nonché l’esistenza di studi e ricerche già in essere.
Nei giorni scorsi si è tenuta a L’Aquila un’ulteriore serie di incontri, a cui ha preso parte la ASL, le istituzioni locali, le associazioni e i gruppi cittadini, oltre al gruppo di lavoro medico scientifico che già si era detto pronto a collaborare, per discutere del progetto di ricerca e raccogliere nuovi suggerimenti e proposte.
“Si tratta di un’occasione davvero unica per la nostra città- ha commentato l’assessora Leone- Lo scopo della pubblicazione è quello di indagare gli effetti su salute e qualità della vita generati dal terremoto, mettendo in rete le diverse esperienze di ricerca condotte nei vari campi della medicina e della ricerca scientifica. Mettiamo a sistema un grande patrimonio, che sarà utile non solo per L’Aquila, ma anche in futuro per comprendere come comportarsi, in caso di disastri e calamità”.

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Riorganizzare gli enti locali in Abruzzo

di Alessandro Panepucci (l’articolo risale all’autunno del 2011)

E se invece fosse una buona idea accorpare i piccoli Comuni? E se davvero le province fossero votate più a pagare stipendi che ad erogare servizi ai cittadini? Se la levata di scudi degli amministratori locali fosse solo una difesa corporativa di enti che vogliono superare questa crisi senza ammodernarsi?

I livelli amministrativi più vicini ai cittadini sembrano non risentire dei cambiamenti occorsi nei 150 anni di vita del nostro Stato, alimentando anch’essi quel sentimento di antipolitica oggi tanto diffuso.

Nel 1861 non esistevano le automobili, l’energia elettrica, i telefoni e i computer; si impiegava mezza giornata per percorrere 30 km a piedi e una settimana per recapitare una lettera. L’Italia era divisa in circa 8100 Comuni e 59 Province, organi amministrativi dello Stato centralista. Ad essi si sommeranno circa 1100 Comuni e 10 Province annesse nel decennio successivo (Veneto, Friuli e Lazio), e circa 680 Comuni e 2 Province annesse dopo la I Guerra mondiale (Trentino-Alto Adige, Venezia Giulia); le Regioni non esistevano e si sarebbe dovuto attendere più di un secolo per la loro creazione. Gli uffici dello Stato erano organizzati per fornire ad ogni paese i servizi essenziali dell’epoca.

Oggi impieghiamo mezz’ora per percorrere 30 km in automobile o in autobus, un secondo per spedire una e-mail dall’altra parte del mondo ma abbiamo ancora lo stesso numero di Comuni (circa 8100) e il doppio delle Province (110), a dispetto della razionalizzazione del lavoro e dei servizi che ha caratterizzato anche in modo critico il settore privato. I lavoratori e le imprese hanno subito licenziamenti, fallimenti, accorpamenti e spostamenti di sede mentre queste amministrazioni non si sono riorganizzate per massimizzare e semplificare i servizi erogati, liberando così risorse utili al risveglio della Nazione.

E’ giunto il momento di studiare ed attuare una revisione organica dei livelli amministrativi, portando a compimento quel processo di decentramento chiamato regionalismo proposto già nell’Assemblea Costituente ma ritenuto in quella sede troppo audace. Infatti, nonostante fosse stato discusso il superamento delle province, esse furono mantenute e si dovette attendere ben 25 anni per vedere le prime timide mosse delle amministrazioni regionali. Le riforme costituzionali degli ultimi 10 anni hanno continuato con estrema lentezza questo processo di decentramento, non senza conflitti di competenze tra enti diversi.

Ora la crisi economica e finanziaria ci costringe a trovare disperatamente le risorse e si è proposto di tagliare gli enti locali con criteri alquanto discutibili, come le soglie di popolazione e di superficie.

La manovra finanziaria è servita per creare il dibattito sull’argomento ma non può dettare le regole di questa riorganizzazione. Non si può operare con criteri puramente contabili ma l’obiettivo deve essere la garanzia di servizi migliori allo stesso costo per il cittadino, riducendo gli sprechi. Per trovare i fondi necessari possono essere tagliati altri capitoli di spesa del bilancio statale, invece le amministrazioni locali, a parità di budget, devono puntare alla massimizzazione degli investimenti e dei benefici alla popolazione, cercando di non interrompere il processo di decentramento e quindi di avvicinamento della politica ai cittadini. Dati alla mano l’accorpamento dei Comuni sotto i 1000 abitanti porterebbe nelle casse dello Stato solo pochi milioni di euro, a fronte dei 70 miliardi necessari.

I tagli lineari non possono essere praticati anche nella geografia amministrativa. Non esiste un numero perfetto di Comuni deciso dall’alto, nessuno può dire se sia meglio averne 5 mila o 10 mila. Si può invece operare sulla loro efficacia, cercando un equilibrio tra popolazione e superficie del comune, in modo che i servizi siano distribuiti in maniera capillare ma siano anche gestiti con le opportune economie di scala che ne garantiscano la sostenibilità finanziaria. Ad esempio non è possibile organizzare il trasporto pubblico in Comuni al di sotto dei 3 mila abitanti, mentre un comune di 10 mila abitanti può permettersi mezzi e personale per offrire questo servizio sempre più indispensabile ad una popolazione che invecchia e che è a corto di risorse energetiche.

La proposta: Comprensori e Comuni-territorio

In Italia la metà della popolazione vive nelle 500 Città con più di 20 mila abitanti, mentre l’altra metà vive in circa 7600 Comuni da 30 abitanti a 20 mila abitanti (con media di 4 mila abitanti), assolutamente dipendenti dalle Città anche per i servizi di base.

Una riorganizzazione a lungo termine non può limitarsi all’accorpamento dei micro-Comuni sotto i mille abitanti, ma dovrebbe prevedere delle sinergie  molto più strette tra territori aventi per esempio una taglia media di 10 mila abitanti e 85 km^2, con un minimo di 4 mila abitanti per le zone di alta montagna o scarsamente popolate. Così i 30 milioni di abitanti che non vivono in Città saranno amministrati da circa 3 mila Comuni-territorio in grado di erogare servizi di base, mentre si rivolgeranno alle circa 500 Città capoluogo di Comprensorio solo per i servizi superiori.

I Comprensori sono unità geografiche definite solitamente da confini naturali o storici difficilmente superabili, che hanno un elevato grado di autocontenimento: tendono cioè a gestire molte funzioni e servizi al loro interno, rivolgendosi all’esterno in misura limitata e comunque non quotidiana. Sono quasi sovrapponibili ai Centri per l’Impiego, a sancire la stretta relazione che essi hanno con la parte produttiva del nostro paese. Se l’Italia è davvero una repubblica democratica fondata sul lavoro allora i comprensori rappresentano più delle province una organizzazione razionale del territorio. Essi non prevedono altri organi elettivi (cioè non si cancella il consiglio provinciale per crearne uno comprensoriale) ma il coordinamento dei Comuni di un Comprensorio può essere affidato alla Città capoluogo di Comprensorio, che avrà rappresentanti eletti sia dai cittadini del capoluogo sia da quelli dei Comuni che formano il Comprensorio.

Riassumendo potremmo avere tre livelli amministrativi:  il primo sarà formato da Comuni-territorio (più grandi degli attuali, con una popolazione media di 10 mila abitanti e minima di 4 mila) e Città (che coordinano anche i Comuni-territorio del Comprensorio), il secondo dalle Regioni, il terzo dallo Stato.

Alcune province sono oggi un unico Comprensorio, altre lo stanno diventando, alcune non lo saranno mai (es. le Province dell’Aquila e di Chieti) per motivi prettamente orografici. Nulla vieta una sempre maggiore integrazione tra i diversi comprensori ma in un periodo di crisi economica, energetica ed ambientale non è auspicabile un pendolarismo quotidiano tra l’Aquilano e la Marsica o la Valle Peligna, se non per lavori molto specifici.

Unioni di Comuni per gestire i servizi

In Abruzzo 600 mila persone vivono nelle 13 Città con più di 20 mila abitanti mentre 750 mila abitanti possono essere serviti da 75 Comuni-territorio con media di 10 mila abitanti. Chiaramente le zone montane e poco abitate avranno enti con popolazione minore per evitare superfici eccessive, e quindi ingestibili.

Ad esempio la Provincia dell’Aquila potrebbe riorganizzarsi passando dagli attuali 108 Comuni (3 con più di 20 mila abitanti e 105 con media di 1600 abitanti) a 3 Città (totale 120 mila abitanti) e 24 Comuni-territorio (totale 190 mila abitanti) con media di 8 mila abitanti e 200 km^2. La Marsica avrà Comuni-territorio più popolosi, vista la presenza di grandi paesi vicini mentre l’Aquilano, la Valle Peligna e l’Alto Sangro avranno Comuni-territorio con media di 6 mila abitanti.

Tali enti avranno uniformità storica, identitaria ed economica. L’identità dei singoli paesi non verrà cancellata perché i nuovi enti possono scegliere denominazioni geografiche comuni, di cui ogni paese si sente parte (ad esempio nomi di vallate o località storiche). Le proloco dei singoli paesi continueranno ad essere finanziate per organizzare feste ed iniziative per promuovere la conoscenza delle proprie tradizioni. Nel consiglio comunale si può prevedere una ripartizione dei seggi che garantisca l’elezione di rappresentanti di ogni paese, in base al loro peso demografico. I paesi sotto la soglia media di elezione di un rappresentante possono avere un seggio garantito, per evitare che le loro problematiche siano trascurate dall’ente. Inoltre i sindaci di ogni comune-territorio saranno consiglieri nella Città di riferimento, facendo di essa la reale coordinatrice politica del Comprensorio.

Un passaggio a breve termine prevede la creazione di Unioni di Comuni per la gestione dei servizi di base e la soppressione di altri enti analoghi ma tarati per altri obiettivi (ad esempio le Comunità Montane). La nostra Provincia è ormai tra le pochissime in Italia a non aver sperimentato questo strumento, dimostrando che l’arretratezza economica che la attanaglia dipende anche da una eccessiva rigidità dei cittadini, e quindi dei loro rappresentanti, verso il cambiamento e i nuovi strumenti che la società moderna mette a disposizione.

Queste Unioni servono a testare ed affinare le sinergie tra le amministrazioni, che con l’esperienza aumentano l’efficienza nell’erogazione dei servizi. Tali trasformazioni non possono essere imposte dall’alto né possono essere effettuate da un giorno all’altro, ma hanno bisogno di una scadenza certa per evitare continue proroghe. Un anno di tempo può essere sufficiente per creare un dibattito tra i cittadini, evitando scelte frettolose che si sconteranno in futuro. Le Unioni dovranno essere volontarie e libere, fermo restando il loro numero totale, che deriva dall’equilibrio tra popolazione e superficie. Nessun comune verrà obbligato a stare con una Unione piuttosto che con un’altra, ma non può neanche rifiutarsi di scegliere.

Le Unioni servono inoltre a far percepire ai cittadini che il territorio dove vivono è dipendente ed integrato con quello dei Comuni che lo circondano, serve a far riscoprire la storia e le radici comuni di un territorio.

A lungo termine queste Unioni di fatto dovranno diventare ufficiali ed elettive, in modo che siano direttamente controllabili dai cittadini ed essi si responsabilizzino, scegliendo con oculatezza chi li rappresenta. Il controllo diretto dell’operato da parte dell’elettorato evita gli accordi tra sindaci tipici di Comunità Montane ed Enti Parco, che se non vanno in porto aprono la strada al commissariamento dell’ente e alla sua totale inefficienza. Il completamento del processo avverrà con la fusione dei Comuni facenti parte dell’Unione, se essi riterranno che porti ulteriori vantaggi identificarsi come un territorio unitario. Se invece riterranno più importante il nome dei singoli Comuni potranno mantenerlo senza ulteriori spese per i cittadini. In questo caso il sindaco, senza consiglieri, avrà un ruolo di rappresentanza e percepirà solo un rimborso delle spese.

I piccoli Comuni non possono trincerarsi dietro la difesa dell’identità legandola solo al nome del Comune, perché i cittadini, soprattutto giovani, continuano ancora a fuggire in cerca di migliori opportunità. Alcune zone d’Abruzzo hanno visto diminuire la loro popolazione dell’80% nell’ultimo secolo. L’identità e la dignità di un territorio si difendono anche riorganizzando le forze che sono rimaste dopo decenni di spopolamento, in modo da garantire un futuro migliore ai suoi cittadini.  I sindaci svolgono sicuramente una funzione essenziale di trincea rispetto ai problemi che sorgono nei Comuni che amministrano, ma non è possibile scaricare su di loro tutta la responsabilità, né loro possono prenderla se sono ben consapevole di non poter garantire servizi adeguati ai loro concittadini.

Ruolo della Città dell’Aquila

Per coerenza con quanto esposto non si può neanche vietare a paesi popolosi di riacquistare la propria autonomia, persa a seguito di annessioni forzate in momenti storici dove non ci si concedeva il lusso della discussione democratica. Anch’essi però non possono sperare in un semplice ritorno al passato, che non è concesso a nessuno, ma dovrebbero cercare subito nuove sinergie, che crescendo pian piano facciano percepire ai cittadini i vantaggi di una gestione più razionale del territorio e delle risorse. Alcuni esempi nel comune dell’Aquila: Paganica con Camarda ed ex-frazioni; Roio, Pianola, Bagno e Monticchio con Ocre; Sassa e Preturo con Scoppito; Arischia e San Vittorino con Pizzoli, Barete e Cagnano. In futuro queste sinergie potranno essere confermate dal voto popolare con la creazione di 4 Comuni-territorio di circa 10 mila abitanti che ricalcano organizzazioni storiche del territorio aquilano (Comuni soppressi nel 1927, quarti del Comitatus Aquilanus, distretti del Regno di Napoli), ricordando l’unità identitaria presente da secoli tra i paesi citati.

In questo modo la Città dell’Aquila si può concentrare meglio sulle sue specifiche competenze, cioè la gestione dei servizi di base per la sola continuità urbana delimitata a nord da Monte Pettino-San Giacomo, a sud dai fiumi Aterno e Raio, ad ovest dall’aeroporto di Preturo, ad est da Gignano-Sant’Elia (50 mila abitanti); il coordinamento dei  Comuni-territorio che formeranno il Comprensorio Aquilano e l’erogazione ad essi di servizi superiori (istruzione superiore, uffici, servizi alle imprese, ospedale); l’erogazione di servizi specialistici per tutta la Regione in base alle competenze specifiche del suo Comprensorio (ad esempio università, industria elettronica e farmaceutica, turismo invernale ed artistico, commercio e allevamento).

Quindi se in molti casi ha senso accorpare in altri invece si dovrebbe decentrare, avendo però sempre lo stesso metro di giudizio: una gestione economica di servizi all’avanguardia.

Mentre altri territori possono rimandare questa discussione il territorio Aquilano, che deve ricostruirsi e reinventarsi dopo il sisma del 2009, non può più attendere e deve avanzare proposte serie sul suo rilancio. Non può solo aspettare che qualcuno da Roma o da altrove risolva tutti i suoi problemi. Se L’Aquila vuole rimanere Capoluogo di Regione deve meritarselo, elaborando un modello policentrico e paritario che sia attuabile in tutta la Regione, prevedendo la soppressione delle province e l’istituzione di comprensori, coordinati dalle 13 Città, specializzati in diversi settori (istruzione superiore e universitaria; turismo estivo, invernale, gastronomico ed artistico; industria elettronica, farmaceutica, tessile, meccanica, agroalimentare; agricoltura, allevamento e silvicoltura; commercio; servizi alle imprese).

E se davvero fosse una buona idea riorganizzare l’Abruzzo?

Alessandro Panepucci   Associazione Culturale Policentrica – L’Aquila

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Corso di formazione per facilitatori della democrazia partecipata

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Una proposta di riorganizzazione amministrativa del Comune dell’Aquila per la trasparenza, contro corruzione ed intralci buorocratici

Di Giulio Baglione

La gestione amministrativa del Comune dell’Aquila, nella fase del post terremoto, è di grandissima importanza per il successo della ricostruzione. Lo sforzo di riorganizzazione, per far fronte alle emergenze, è grande ed occorre gestire con assoluta trasparenza i procedimenti amministrativi, per evitare irregolarità e comportamenti dolosi. E’ essenziale, perciò, unire grande efficienza e rigore. Parole ovvie, si dirà. Eppure, fatti salvi i principi enunciati, che dovrebbero essere alla base di ogni gestione amministrativa anche non eccezionale, si può ragionare sul come utilizzare l’evento negativo del terremoto per migliorare la qualità dei servizi comunali, anche in una prospettiva di ritorno alla “normalita”. Si può impostare il ragionamento ponendo sullo stesso piano la riorganizzazione dei servizi, con quello della “semplificazione amministrativa”. Concetto, quest’ultimo, molto utilizzato nel lessico politico, sia in senso propagandistico, che di denuncia. Poco si sa, invece, delle politiche di semplificazione amministrativa messe in campo sino ad oggi, che hanno prodotto una serie di norme nazionali e regionali di un certo rilievo. Oggi la questione è la loro attuazione attraverso decreti attuativi ed azioni concrete da parte della pubblica amministrazione, intesa globalmente. In alcuni casi, infatti, si stabiliscono degli obblighi per le amministrazioni decentrate e gli enti locali, mentre in altre situazioni si offrono possibilità ed occasioni, lasciate alla libera iniziativa delle amministrazioni locali ed in particolare a quella dei Comuni. E’ su questo impianto duale che si possono inserire iniziative concrete ad opera delle amministrazioni pubbliche, ma anche da parte di privati cittadini, proprio in attuazione dell’articolo 118 della Costituzione che recita: Stato, Regioni, Città Metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà”. Nel caso del Comune dell’Aquila, ma il rilievo si potrebbe estendere anche a molte altre amministrazioni di diversi territori, la prima questione da evidenziare è l’insufficiente utilizzo delle tecnologie informatiche nella realizzazione e conclusione dei procedimenti amministrativi. Non si tratta di mettere in formato elettronico quello che gira come cartaceo: è invece un’occasione per rendere più semplici e veloci le procedure, limitare gli interventi discrezionali dell’amministrazione, prevenire e quindi combattere qualsiasi fenomeno irregolare, dal semplice favore alla corruzione vera e propria. Il primo passaggio è questo. Porsi l’obiettivo di rendere trasparente ogni atto amministrativo, rendendolo consultabile via web, dalla semplice fattura emessa per pagamenti, a tutti gli atti amministrativi più complessi, naturalmente nei limiti della privacy. Ma l’utilizzo delle tecnologie informatiche è richiesto, di fatto, anche dalle norme nazionali in materia di semplificazione. Una delle più significative è contenuta nella legge di stabilità del 2012 (Governo Monti) ed in particolare all’articolo 15 della stessa. In questo provvedimento si stabilisce il divieto di chiedere, a tutti i cittadini, documenti  già in possesso della pubblica amministrazione, intesa complessivamente, con l’obbligo per la stessa di provvedere al loro reperimento, oppure di accettare l’autocertificazione. E’ evidente che il Comune, al pari delle altre pubbliche amministrazioni, deve attrezzarsi per reperire le documentazioni e può farlo solo attraverso un forte ricorso alla strumentazione informatica, con il supporto di adeguate banche dati e con la possibilità di poter dialogare, sempre attraverso la modalità informatica, con altri uffici pubblici, sia nazionali, che locali. Se qualcuno pensa che questa norma sia di difficile attuazione, è bene che si ricreda perchè ci sono molti esempi di applicazione e sono stati già effettuati test di verifica. Il più importante di questi è stato messo in atto, nello scorso mese di Ottobre 2013, in materia di certificazioni rilasciate dalle Camere di Commercio. L’indagine conoscitiva, condotta dal Ministero dello Sviluppo Economico e da quello della Pubblica Amministrazione, ha permesso di evidenziare l’abbattimento di circa 900.000 certificati all’anno, con un minor costo per le imprese di circa 50 milioni di euro, per effetto del mancato pagamento dei diritti di segreteria. Un’azienda che voglia partecipare ad una gara d’appalto non potrà più ricevere la richiesta di documentazione già in possesso della pubblica amministrazione. Ogni azione in questo senso sarebbe considerata indebita. E’ un modo di pensare che cambia: non è il cittadino a dover fornire documentazioni, ma è la pubblica amministrazione a verificarne l’esistenza. Il Comune, perciò, ha l’occasione per rendere più semplice la vita dei cittadini e degli imprenditori e di sveltire fortemente tutte le procedure, anche quelle straordinarie derivanti dal terremoto del 2009. Semplifìcare e rendere più efficiente la macchina amministrativa, ma a condizione di utilizzare al meglio la normativa esistente. All’indomani della prima fase di emergenza, molte imprese di costruzione ed una serie di professionisti non aquilani, ma naturalmente anche i soggetti locali, si sono trovati a lavorare in assenza di documentazioni elettroniche. Le difficoltà sono state grandi per tutti. Il parallelo con il terremoto emiliano, seppur con problemi diversi ed oggettivamente più limitati di quello aquilano, mostra un livello di intervento coordinato ed organizzato che si è potuto avvalere di sistemi informatici omogenei e, soprattutto, presenti e funzionanti. Al di là delle polemiche televisive, di cui sono stati protagonisti alcuni personaggi del cosiddetto jet set italiano, quello che emerso è un diverso grado di organizzazione, che prescinde dalle singole persone e dal loro impegno, sicuramente rilevante, come quello messo in atto da parte dei dipendenti comunali. Ci si trova davanti ad una diversa organizzazione tecnica, che può utilizzare sistemi informatici collaudati e diffusi omogeneamente sul territorio, anche in piccoli Comuni: questa è la verità. Il riferimento all’intervento possibile di cittadini, cui si faceva riferimento prima, riguarda l’attuazione del DL 112/08, nella parte relativa alla riorganizzazione degli sportelli unici ed alla creazione di strutture “private ed accreditate” denominate Agenzie per le Imprese. Queste strutture, che hanno iniziato ad operare in alcune Regioni d’Italia, possono rilasciare dichiarazioni di conformità che autorizzano l’esercizio di impresa, salvo quando i procedimenti comportano discrezionalità da parte dell’Amministrazione. In quest’ultimo caso le “Agenzie per le Imprese” possono svolgere attività “istruttoria certificata”. Le Amministrazioni, in sostanza, devono solo esprimere il parere loro richiesto, senza poter contestare l’istruttoria, che viene certificata. Si è stimato che gli atti che non prevedono discrezionalità siano circa il 70% del totale. Gli ambiti nei quali Le Agenzie possono operare sono: realizzazione; trasformazione; trasferimento e cessazione. In sintesi, tutte le fasi che riguardano un’azienda. Ovviamente non tutti possono dare vita a queste strutture, che sono sottoposte ad autorizzazione da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Bisogna dimostrare il possesso di molti requisiti professionali, garantire la terzietà, stipulare polizze assicurative onerose ed essere sottoposti a vigilanza ministeriale. Si tratta di un meccanismo amministrativo che introduce la concorrenza anche nel campo della pubblica amministrazione, sottraendo il procedimento alla singola potestà dell’ufficio pubblico e, spesso, del dirigente addetto. Si può pensare di introdurre anche all’Aquila un meccanismo di questo genere, in considerazione della situazione straordinaria che richiede soluzioni della stessa natura, ma soprattutto tenendo conto della propensione alla partecipazione che esiste nella città.

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A proposito di Porta Barete (L’Aquila)

 

L’ipotesi di sistemazione dell’area di Porta Barete suggerita all’amministrazione da monsignor Orlando Antonini contiene senza dubbio alcuni elementi di novità nel suo tendere ad una riqualificazione di un’area di grande interesse storico, a suo tempo disconosciuta e sepolta sotto il cemento della speculazione edilizia. Tuttavia l’annunciata operazione mostra anche gravi criticità sia nel metodo sia nel merito.

Nel metodo, è del tutto inaccettabile che – com’è ormai consuetudine – eventuali decisioni riguardanti beni comuni vengano assunte in segreto, senza trasparenza, senza alcuna visione sistemica e senza condivisione con i cittadini, chiamati unicamente a prendere atto di scelte fondamentali riguardanti l’aspetto e la funzionalità della città. Ribadiamo in proposito che argomenti di tale portata meriterebbero una profonda discussione in una sede civica che solo un Urban Center (ormai lungamente invocato) potrebbe esprimere al meglio, ma che sarebbe opportuno per il momento affidare almeno ad una conferenza permanente urbana altamente rappresentativa. Considerando che un intervento  di questo tipo, comunque condotto, andrebbe a trasformare profondamente parti della città dal forte valore identitario, proponiamo che la sistemazione dell’area dell’antica Porta Barete scaturisca da una gara di idee e di progettazione, come già avvenuto per Piazza d’Armi. Riteniamo inoltre che qualsiasi intervento debba essere sottoposto al vaglio della Sovrintendenza ai beni architettonici.

Quanto al merito, è nostra opinione che non avrebbe senso un limitato intervento sull’antiporta Barete (o su ciò che ne resta) senza che esso sia inquadrato in un progetto complessivo di riqualificazione delle mura urbiche che corrono, con poche interruzioni, dalla Fontana Luminosa fino alle prossimità del fiume Aterno. In tal senso sarebbe già significativo che l’amministrazione desse segno della sua volontà di riqualificazione urbana iniziando a bonificare la fascia muraria che costeggia Viale della Croce Rossa e che da anni è sfregiata da un persistente e diffuso abusivismo.

Sarebbe infine auspicabile che l’amministrazione curasse maggiormente le sue modalità di comunicazione, evitando che gli organi di stampa siano indotti a dare per scontate alcune decisioni che devono essere ancora confrontate con tutti i soggetti interessati, i cittadini in primis.

La ricostruzione della città dovrebbe costituire un’ opportunità per le autorità di governo locale, utile a sperimentare nuove forme di democrazia partecipativa e modalità  comunicativo-informativo efficaci,  finalizzate alla condivisione delle linee guida delle politiche urbane.

Riteniamo infine, nel caso che lavori di tale interesse pubblico venissero intrapresi, che i cittadini possano seguire l’attività del cantiere con le dovute modalità improntate sulla trasparenza .

Policentrica onlus

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Com’era dov’era?

Com’era dov’era: quasi un mantra. E due fazioni: i pro e i contro.

Quasi sempre questa locuzione, abusata riguardo alla ricostruzione dell’Aquila, viene pronunciata con riferimento al suo centro storico, quello transennato, puntellato e che tutti speriamo possa rivedere la luce entro una decina di anni. Ma L’Aquila, nel frattempo, quella al di fuori del centro storico, è già stata trasformata e del “com’era dov’era”, o “non com’era ma dov’era”, o “non com’era né dov’era”, neanche si è parlato. O, perlomeno, la discussione non è sta così approfondita come meritava e merita.

Così la città si è trasformata e non da sola: citare solo i progetti C.A.S.E. come agenti di tale trasformazione è riduttivo, anche se, in effetti, è proprio l’esplosione della città in tanti rivoli che ha determinato il disagio di tutti noi aquilani. E le New-Towns, la loro localizzazione, non sono state certo scelte dei cittadini! Abbiamo visto la nascita di strade (G8), poi abbandonate, manufatti vari (casette di legno, ville eccetera), un disco di cemento  ed una chiesa in quello che dovrebbe essere il Parco Urbano principale della città, e  che, ora, ospita anche una pista di atletica definita “gioiello”. Abbiamo cominciato a vedere la costruzione di rotonde su tutti gli assi principali che portano in città (quale città?): volte al miglioramento della viabilità, queste si rivelano anche altamente impattanti e molte volte neanche risolutive. Le stesse, ora,  sono in costruzione lungo Viale Corrado IV, quello da cui si accede alla città e, a parte il taglio repentino di alberi, veniamo a sapere che dovrebbe essere abbattuto anche il “ponte di via Roma”. Non che sia bello, per carità. Ma apparentemente nessuno ne sapeva nulla. L’opera, infatti, non è stata annunciata ufficialmente né pubblicizzata dall’amministrazione. Abbiamo letto solo che l’assessore competente ha  “riscoperto” Porta Barete (attualmente murata) prefigurando come futuro ingresso Ovest della città  via dei Marsi e non più via Roma. Poi veniamo a sapere che la metropolitana di superficie verrà smontata (forse) e che il manufatto destinato ai suoi vagoni, verrà utilizzato come rimessa dei mezzi pubblici (spazzaneve per la precisione): i cittadini attoniti dovranno assuefarsi ad un quartiere, Pettino, che tra opere di urbanizzazione promesse e mai realizzate e spazzaneve, si avvia verso un degrado ulteriore.

Queste sono solo una parte delle “rivoluzioni” avvenute in città, eppure hanno ridisegnato completamente l’assetto urbano.
Com’era dov’era? Non com’era dov’era? In realtà un miscuglio di entrambi i punti di vista, però a caso, così come viene. Ben venga, per esempio, una pista di atletica che ci invidieranno tutti, ma se la stessa è per l’atletica agonistica, si poteva opportunamente  localizzarla nelle aree destinate ad attrezzature sportive; e lasciare Piazza D’Armi con destinazione “verde pubblico attrezzato”.  Si dirà: «Ma già c’era!». Quindi “com’era dov’era”?

Le opere che sono in fase di realizzazione e che sono state realizzate sono vere e proprie scelte per un nuovo  assetto urbano di questa città. E sembra che, come  da parecchi anni a questa parte, queste scelte  vengano operate a “sentimento”,  senza un riscontro progettuale d’insieme. Questa carenza cronica, se è stata penalizzante per la città nei tempi passati, ora in fase di “ricostruzione” e ricerca di nuovi assetti territoriali è, a dir poco, preoccupante, come preoccupante è la difficoltà delle amministrazioni di comunicare con i cittadini, nel renderli partecipi e coinvolgerli prima, senza metterli di fronte a fatti compiuti.

Si ribadisce che in questo momento storico (e per il futuro) il coinvolgimento dei cittadini, dei professionisti in ogni campo, attraverso l’istituzione dell’Urban Center, inteso anche come Casa di vetro e cioè della partecipazione e della trasparenza, è fondamentale per la rinascita.  La casa della città, promessa, è già in forte ritardo rispetto alla ricostruzione e non vorremmo che ci fosse consegnata quando la città sarà stata stravolta ancor più irreversibilmente di quanto già non sia.

 

Giusi Pitari, Policentrica onlus

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Che fine ha fatto l’Urban Center?

Sono passati due mesi e uno scampolo dal 23 aprile,  giorno della presentazione in Comune,  presente il Sindaco, del ” Regolamento della Casa per la  città – Urban Center” elaborato dall’Ass. Policentrica.
Nel corso della conferenza stampa i policentrici chiesero ai giornalisti presenti di sollecitare periodicamente l’amministrazione attiva perché desse seguito agli impegni che stava dichiarando di voler assumere e sottoponesse, in tempi ragionevoli, all’approvazione del Consiglio Comunale il Regolamento appena presentato.
Nel frattempo, con l’intento di abbreviare i tempi, copia del Regolamento è stata consegnata, brevi manu, ai consiglieri facenti parte delle due commissioni consiliari di riferimento (II- Politiche Sociali e IV – Statuti e Regolamenti) perché avessero il tempo necessario per studiarlo, ampliarlo, migliorarlo se necessario .
I diversi scambi telefonici intercorsi con la presidente della IV commissione si sono tutti conclusi con la rassicurazione che  con il Sindaco stavano lavorando con interesse anche alla definizione della convocazione delle due commissioni congiunte e rappresentanti di Policentrica. Anche perché, prima , bisognava riunire il gruppo di lavoro  che avrebbe consentito a INU e Policentrica di confrontarsi sui rispettivi progetti di Urban Center entrambi recepiti dal Comune.

Dopo due mesi:
·        il gruppo di lavoro INU e Policentrica non è stato ancora convocato;
·        il confronto in commissione, conseguentemente, non è stato calendarizzato;
·        ….. e quello in Consiglio Comunale salterà solo l’estate?

Eppure, soprattutto dopo il 6 aprile, sembrava che l’avvio di una “nuova stagione di democrazia partecipativa e deliberativa” dovesse necessariamente passare “attraverso la promozione di luoghi  trasparenti e riconoscibili”. A un luogo trasparente e riconoscibile si collega l’art.1 del Regolamento: ” L’U.C. è uno spazio messo a disposizione dei cittadini i quali…… elaborano proposte concernenti la realizzazione di opere e infrastrutture di pubblica utilità e compartecipano alle scelte comunali in materia di pianificazione urbanistica e trasformazione del territorio”.

Sembrava, per l’appunto!

Perché nel frattempo il Comune, con il  suo Sindaco, senza un’analisi seria dei bisogni della sua comunità, senza un progetto complessivo serio di città condiviso con i suoi cittadini, con cadenze bulimiche, sfodera progetti che sembrano soddisfino l’interesse esclusivo di finanziatori e non quello degli aquilani che vogliono essere non spettatori passivi della ricostruzione ma  protagonisti attivi.

Un sommario elenco di idee/progetto degli ultimi mesi:

·        Mega polo scolastico, culturale e sportivo, il “primo d’Italia”, per ospitare gli studenti delle scuole superiori e universitari  nella caserma Rossi da riqualificare e/o nella Campomizzi già utilizzata che, forse servirà da scambio;
·        Minicittà al Torrione: maxi centro polifunzionale ” Papa Celestino V” con negozi di lusso con prezzi da outlet, ristoranti tradizionali ed etnici, attività ludiche, pala ghiaccio e piazza sostitutiva di Piazza del Duomo;
·        Salotto Urbano 1: parcheggio sotto piazza Duomo con galleria commerciale annessa e 500 stalli pertinenziali;
·        Salotto Urbano 2: parco del Castello con foyer e bar da realizzare su progetto preliminare di otto giovani architetti tedeschi;
·        Sede unica del Comune da insediare nell’ex autoparco comunale a ridosso della stazione ferroviaria;
·        Destinazione d’uso ( se non si opterà per la demolizione) dell’ex Sercom a Pagliare di Sassa;
·        Destinazione d’uso del Centro polifunzionale di Paganica;
·        Polo culturale  a partire dal dimesso Distretto militare  di San Bernardino;
…… e via elencando.

Il Sindaco ha entusiasticamente condiviso con Policentrica la realizzazione di un Urban Center, ha  accolto con favore il Regolamento che Policentrica ha redatto ma non si sta adoperando per realizzarlo in tempi ragionevoli accelerando i passaggi necessari per la sua approvazione.
Come sempre promette entusiasticamente tutto a tutti ma è realmente interessato/condizionato solo  dal suo “cerchio magico” che non sappiamo quanto sia ramificato  ma sappiamo che esclude gran parte dei cittadini attivi che hanno come riferimento primario l’interesse per la ricostruzione di una città bella e armoniosa.
E’ consentito pensare che, al di là dei proclami, in fondo, non considera sé stesso un cittadino fra gli altri ma un monarca assoluto (sciolto, cioè, dal dover rendere conto di quello che fa)?

Graziella Cucchiarelli – Policentrica Onlus

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Urban center: intervista a Policentrica

 

Intervista a Policentrica di News-Town, qui l’articolo originale 

L’associazione culturale Policentrica nasce nell’immediato post-terremoto da uno scambio virtuale di opinioni sulla situazione aquilana. Si sono avviati una serie di incontri culminati nella stesura di un manifesto, in cui sono elencati i principi che nell’ottica policentrica dovrebbero ispirare la ricostruzione della città. Da queste esperienze è nato il progetto di Urban Center: il 23 aprile è stato consegnata al sindaco Massimo Cialente la proposta di regolamento per l’istituzione della “Casa della città”

Molte realtà territoriali, dopo il sisma, si sono mosse e continuano a farlo secondo un comune denominatore: la volontà di decidere sul territorio dove si vive e si vivrà. Troppo spesso, però, le speranze di incidere e di condizionare l’amministrazione si rivelano infondate, perché i meccanismi di partecipazione sono solo consultivi, svuotati di potere decisionale. Lo dimostrano le esperienze dei Question time e del Bilancio partecipativo. Eppure, il Comune si è dato un “Regolamento sugli istituti di partecipazione” e un “Regolamento per l’informazione e la trasparenza “ con l’idea, si disse in fase di presentazione, di sperimentare forme di democrazia davvero partecipata. D’altra parte, sulla scena urbana negli ultimi anni si sono affacciati diversi attori, portatori di approcci innovativi, che si sono inseriti nella progettazione di interventi importanti sui tessuti cittadini. Succede sempre più spesso, sarebbe importante succedesse anche a L’Aquila che vive la particolarità di una difficile ricostruzione.

Il fenomeno degli Urban Center è sempre più diffuso, connesso proprio a questi cambiamenti che hanno riaffermato con forza la necessità di favorire l’avvio di una nuova stagione nei processi di conversione delle città, attraverso la promozione e lo sviluppo di luoghi deputati all’informazione, la comunicazione, la partecipazione dei cittadini agli scenari di trasformazione degli spazi pubblici.

Per questo, Policentrica ha lavorato al progetto e al regolamento di un Urban center cittadino che ha poi messo a disposizione dell’amministrazione. “Siamo partiti da un’analisi abbastanza dettagliata di quella che era la situazione del territorio dell’Aquila, concentrandoci non solo sulla ricostruzione fisica ma anche e soprattutto su quella immateriale”, racconta a NewsTown Umberto Grottini. “Abbiamo dunque individuato due filoni di ricerca: il primo sulla riorganizzazione e su una visione di insieme del territorio del cratere, il secondo sulla ricostruzione dei legami identitari e sociali, spezzati dalla disgregazione della comunità. Facendo ricerca siamo venuti a contatto con varie realtà di Urban Center, in Italia e in Europa. Abbiamo studiato come erano organizzati e ci siamo resi conto che la nostra situazione è così diversa dalle altre da richiedere una programmazione specifica. Ci abbiamo lavorato a lungo, ci siamo confrontati tra di noi senza alcuna preclusione, nella massima libertà, e abbiamo stilato un progetto. Nel momento in cui abbiamo ragionato sul regolamento, naturalmente il progetto si è poi affinato”.

Che sintesi avete trovato? Quali sono le caratteristiche dell’Urban center che avete progettato?
“Abbiamo individuato tre punti fermi: i tavoli delle idee, il comitato scientifico di elaborazione strategica e il laboratorio di sviluppo progetti. Quest’ultimo aspetto dovrebbe svolgersi in seno all’attività dell’amministrazione comunale”.

Il momento più importante, immagino, sia il tavolo delle idee.
“Certo, è li che si ricostruiscono i legami comunitari. Nel momento in cui i cittadini hanno la possibilità di sedersi intorno ad un tavolo, di progettare gli spazi che vivranno, ricostruiscono prima di tutto una forma di socialità. In questo modo, poi, si stimola davvero la partecipazione: siamo stufi di imposizioni dall’alto. Se un progetto è già deciso, che senso ha chiedere un parere ai cittadini? L’amministrazione deve confrontarsi con la cittadinanza, con gli enti che fanno socialità sul territorio”.

Qualcuno potrebbe dire che così, però, l’iter per la realizzazione di un progetto si allungherebbe molto.
“Non è vero. I promotori dell’Urban center di Bologna raccontano che, grazie al lavoro con i tavoli delle idee, i progetti sono sostenuti e condivisi dalla popolazione. In altre parole, non si riscontrano i ricorsi al Tar che in Italia spesso bloccano i progetti per anni”.

In altre parole, si generano esperienze virtuose: “a Bologna ci sono diverse realtà interessanti”, sottolinea Antonella Marrocchi, che è presidente di Policentrica. “Penso, per esempio, al lavoro di riqualificazione di un quartiere intorno ad una linea ferroviaria abbandonata: dall’idea dei cittadini è nata una pista ciclabile che, oggi, i cittadini stessi curano e mantengono fruibile. Quando partecipi davvero all’ideazione e alla realizzazione di un progetto, poi è naturale che te ne interessi. Sarebbero pratiche importanti in un contesto come il nostro: per questo abbiamo affidato il regolamento al Comune. Abbiamo messo a disposizione dell’amministrazione, gratuitamente, uno strumento che può davvero aiutare a stimolare la partecipazione dei cittadini. Il Sindaco è parso molto interessato, ha immaginato già di sistemare l’Urban center nel Palazzetto dei Nobili. Ha promesso che ci avrebbe richiamato a breve. Siamo in attesa”.

Se il Sindaco dovesse mantenere la promessa, quanto tempo ci vorrebbe per rendere operativo il vostro progetto?
“Se si partisse subito, l’approvazione arriverebbe entro l’estate. Sarebbe ovviamente una sorta di laboratorio, sia per l’amministrazione che per i cittadini. Immaginiamo l’Urban center come un luogo di incontro e socialità, con sportelli informativi e di formazione, dove le persone riescano con semplicità a studiare e visionare i progetti e i cantieri della ricostruzione. L’idea è di organizzare mostre e convegni periodici, attività didattiche ed educative, di promuovere inoltre la cultura del restauro della conservazione del patrimonio architettonico e artistico. Si potrebbe iniziare senza grosse difficoltà anche con l’istituzione dei tavoli delle idee. Naturalmente l’amministrazione dovrebbe assicurare del personale per far funzionare l’ufficio: nel regolamento avevamo immaginato un bando per l’assunzione di nuovo personale. Il Sindaco, però, ha escluso questa possibilità per i limiti imposti dal Patto di Stabilità. Il personale, dunque, si dovrà trovare tra quello già in organico al Comune dell’Aquila. Per quel che riguarda il comitato tecnico scientifico, invece, che dovrebbe occuparsi della elaborazione strategica dei progetti prodotti ai tavoli delle idee, il regolamento prevede sia composto da 11 membri: un garante, nominato dal Consiglio comunale, tre dirigenti comunali nominati dalla Giunta e sette esperti esterni scelti, di volta in volta, da una rosa di venti indicati dal Consiglio con evidenza pubblica”.

“Il comitato”, aggiunte Umberto Grottini, “vorremmo fosse multidisciplinare. Quando si parla di urbanistica, di solito, ci si rivolge sempre ai tecnici: a Policentrica, al contrario, pensiamo che la ricostruzione necessiti anche di sguardi altri, di storici, psicologi, sociologhi, economisti perché la ricostruzione sia davvero capace di tener conto anche degli aspetti immateriali, fondamentali per una città”.

“La nostra speranza”, conclude la presidente Marrocchi, “è che l’Urban center diventi un punto di incontro per tutte le realtà che, sul territorio, si occupano di queste tematiche. Vogliamo che i cittadini giochino un ruolo da protagonisti nella ricostruzione dell’Aquila, che siano ascoltati non solo quando si tratta di decidere di piccole opere, del marciapiede o dei lampioni del quartiere: vogliamo che possano decidere anche di grandi progetti, come quello paventato della galleria commerciale sotto piazza Duomo. Per questo, in fase di elaborazione del regolamento, abbiamo coinvolto altre realtà: da Appello per L’Aquila a Italia Nostra, da L’Aquila che vogliamo all’Assemblea cittadina. Quello che manca è un’idea di ricostruzione armonica con il territorio, capace di valorizzare l’intero territorio comunale, attrezzando e salvaguardo il patrimonio artistico e produttivo, ambientale, paesaggistico e culturale”.

Qualche giorno fa, il sindaco Cialente e il responsabile scientifico Lauraq-Inu Donato Di Ludovico, nel rispetto dell’accordo quadro del novembre 2011, hanno riaffermato la necessità di pervenire in tempi stretti alla costituzione dell’Urban center così come proposto proprio dall’Istituto nazionale di urbanistica. “In particolare si prende atto”, si legge nella nota congiunta, “delle recenti proposte di alcune associazioni cittadine”.

Speriamo sia davvero così. Speriamo di veder nascere presto una vera “casa della città”. Sarebbe un importante passo in avanti nella ricostruzione materiale e immateriale del nostro territorio.

 

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Consegnato al Comune il regolamento per l’Urban Center

 

 Si chiama “Una casa della città” il progetto presentato dalla nostra associazione, ieri 23 aprile 2013, in Comune, alla presenza del Sindaco.

Di seguito il Regolamento.

 

PROPOSTA DI REGOLAMENTO DELLA CASA PER LA CITTA’-URBAN CENTER

 

PREMESSA

In coerenza con quanto previsto dal “Regolamento sugli Istituti di Partecipazione” e dal “Regolamento per l’informazione e la trasparenza attraverso il sito internet del Comune” , entrambi delineanti nuove opportunità per l’Amministrazione Comunale dell’Aquila di sperimentare forme di democrazia partecipata non limitata ad aspetti passivi di tipo comunicativo/informativo, viene stilato il presente regolamento per la realizzazione di una CASA PER LA CITTA’- URBAN CENTER .

 

ARTICOLO 1
(Definizione di Urban Center)

L’U.C. è uno spazio messo a disposizione dei cittadini i quali, attraverso le procedure disciplinate nel presente regolamento, coadiuvati da facilitatori e dal Comitato tecnico-scientifico elaborano proposte concernenti la realizzazione di opere e infrastrutture di pubblica utilità e compartecipano alle scelte comunali in materia di pianificazione urbanistica e trasformazione del territorio.

 

ARTICOLO 2
(Finalità dell’Urban Center)

Il presente regolamento disciplina la costituzione, l’organizzazione e la gestione dell’U.C. ed è istituito per conseguire le seguenti finalità:

• promuovere la partecipazione dei cittadini alla progettazione della città attraverso scelte capaci di incidere sul tessuto urbano, economico e sociale del territorio;

• valorizzare l’intero territorio comunale, attrezzando e salvaguardando il suo patrimonio ambientale, paesaggistico, culturale, artistico e produttivo.

 

ARTICOLO 3
(Attività dell’Urban Center)

L’attività dell’U. C. si esplica attraverso i seguenti servizi/funzioni:

• Sportello informativo;

• Dibattiti, convegni e workshops;

• Mostre periodiche e aggiornate del “cantiere in corso” prefiguranti la città futura;

• Pubblicazioni e ricerche;

• Attività didattiche ed educative rivolte al mondo della scuola per promuovere la conoscenza partecipata del patrimonio storico e della realtà socio-culturale;

• Promozione della cultura del restauro e della conservazione del patrimonio architettonico e artistico;

• Archivio di documenti e materiali;

• Promozione dell’architettura moderna e contemporanea;

• Promozione di risorse e professionalità locali.

 

 

ARTICOLO 4
(Organi dell’Urban Center)

Sono organi dell’ U.C.:

• Tavoli delle idee

• Comitato tecnico-scientifico

 

ARTICOLO 5
(Strumenti dell’informazione)

Per diffondere le attività dell’U. C. l’Amministrazione Comunale rende disponibile, anche mediante un’apposita sezione nel suo sito web, il quadro normativo urbanistico nazionale, regionale e comunale, ed ogni atto di pianificazione e di progettazione prima o contemporaneamente all’iter della sua approvazione definitiva.

 

ARTICOLO 6
(Progettazione partecipata)

Le strategie, gli atti di pianificazione e/o progettazione sono il risultato di specifici “TAVOLI DELLE IDEE”. Tali tavoli sono coordinati da facilitatori professionisti che di volta in volta decidono le tecniche partecipative da mettere in campo.

Ai tavoli partecipano a titolo gratuito i seguenti soggetti:

• Istituzioni

• Cittadini (singoli o associati)

• Associazioni di categoria

• Associazioni culturali

• Università, Enti di Ricerca e AFAM

• Ordini professionali

• Attori economici

• Operatori privati

 

ARTICOLO 7
(Compiti e funzionamento dei Tavoli delle idee)

La richiesta per l’attivazione di un Tavolo delle idee, conforme alle finalità dell’U.C., va presentata presso la segreteria dello stesso che la trasmette al Sindaco. Preso atto della richiesta, il Sindaco o un suo delegato, entro dieci giorni, provvede a fissare la data di convocazione del Tavolo, con un anticipo di almeno venti giorni.

La segreteria dell’U.C. provvede, non appena fissata la data dal Sindaco, a rendere disponibili tutte le informazioni e a darne adeguata e diffusa comunicazione. I materiali propedeutici alla discussione saranno resi disponibili contestualmente alla pubblicazione della convocazione.

Per partecipare al tavolo è necessaria l’iscrizione on-line o presso la segreteria dell’U.C. entro e non oltre 15 giorni dalla data di convocazione dello stesso.

La richiesta può essere inoltrata da uno o più Gruppi Consiliari o dai soggetti di cui all’articolo 6. Qualora i richiedenti siano cittadini (singoli o associati) la richiesta deve essere corredata da almeno venti firme accompagnate da fotocopia di un documento di identità valido.

Il Sindaco o un suo delegato e l’Assessore competente per materia sono presenti all’insediamento del tavolo.

Le funzioni di segretario verbalizzante degli incontri sono svolte da un facilitatore, facente parte dello staff dell’U.C.. Il verbale approvato, il piano o il progetto oggetto della discussione vengono resi pubblici sull’apposita sezione del sito web del Comune e in versione cartacea presso lo sportello informativo dell’U.C..

 

ARTICOLO 8
(Composizione del Comitato tecnico-scientifico )

Le risultanze scaturite dai Tavoli delle Idee sono inviate al Comitato Tecnico Scientifico che opera all’interno dell’U.C..

Il Comitato è composto da 11 membri: 1 garante, 3 dirigenti comunali , 7 esperti esterni.

Il Garante che svolge anche il ruolo di Direttore dell’U.C., è nominato dal Consiglio Comunale, con maggioranza di 2/3 alle prime due votazioni e con la maggioranza dei presenti nelle successive, fra personalità di alto profilo culturale.

I tre dirigenti comunali sono nominati dalla Giunta Comunale e possono delegare, in loro vece, un funzionario.

I sette esperti esterni sono scelti, di volta in volta, dal Garante da una rosa di 20 indicati dal Consiglio Comunale. Il Consiglio Comunale recepisce, tramite evidenza pubblica, i curricula di una serie di professionisti di varie discipline, selezionando i venti di cui sopra.

Il Garante, in base alle competenze richieste dalla tematica affrontata dal tavolo, sceglie i sette che faranno parte del Comitato. I membri del Comitato Tecnico Scientifico non hanno diritto ad alcun compenso.

 

ARTICOLO 9
(Ruolo del Comitato Tecnico Scientifico)

 

Le proposte elaborate dai Tavoli delle Idee sono inviate al Garante, il quale convoca il Comitato entro 15 giorni.

Il Comitato ha il ruolo specifico di:

  • vagliare e ricondurre a una visione sistemica le proposte provenienti dai tavoli;
  • recepire le proposte e le idee;
  • verificare la fattibilità della proposta dal punto di vista normativo, tecnico, finanziario e sociale;
  • coordinare proposte giunte dai tavoli differenti, qualora abbiano oggetti coincidenti o connessi;
  • elaborare, laddove possibile, una bozza di progetto preliminare.

 

Entro trenta giorni il Comitato è tenuto ad inviare agli Uffici Comunali competenti i materiali prodotti in base alle indicazioni ricevute dal singolo Tavolo delle idee.

 

ARTICOLO 10
(Iter dei progetti)

Gli Uffici Comunali preposti provvedono ad elaborare i materiali inviati dal Comitato, predispongono un progetto di massima e lo rinviano al Tavolo proponente.

Se il Tavolo condivide il progetto elaborato dagli Uffici Comunali e accetta le eventuali modifiche apportate alla proposta iniziale, lo approva definitivamente .

In caso contrario, secondo una logica iterativa di “progetto e verifica”, invia le proprie osservazioni agli Uffici Comunali che hanno redatto il progetto di massima.

Una volta approvati definitivamente dai Tavoli, i progetti saranno inviati agli Uffici Comunali di provenienza che li rendono esecutivi.

I piani e i progetti esecutivi entreranno a far parte di un archivio sempre accessibile presso l’U. C. I progetti verranno aggiornati con le successive eventuali varianti significative.

 

ARTICOLO 11
(Trasparenza e comunicazione)

Nell’ambito delle proprie attività, l’U.C. promuove attraverso il proprio sito informatico la creazione di una rete per la diffusione delle informazioni che, oltre a fornire al cittadino la massima trasparenza sui processi di trasformazione in corso, consenta anche di rapportarsi con gli altri Urban Center italiani ed europei.

 

ARTICOLO 12
(Risorse dell’U.C.)

Per garantire la continuità delle funzioni dell’U.C. il Comune dell’Aquila individua, attrezza e sostiene le spese di uno spazio e di uno staff che lo gestisce, ne consente turni di apertura, ne custodisce i materiali prodotti.

L’Amministrazione comunale stanzia annualmente nel proprio bilancio le risorse economiche necessarie per tutti i costi di gestione e di funzionamento, sollecitando eventualmente anche contributi finanziari esterni.

L’individuazione dello Staff è demandata al Consiglio Comunale che con apposita evidenza pubblica ne determina numero, competenze e compiti.

 

ARTICOLO 13
(Piano operativo)

Entro due mesi dall’approvazione del presente Regolamento, la Giunta Comunale, previo parere delle competente Commissione consiliare, definisce con propria deliberazione un Piano Operativo annuale, che dovrà essere adottato dal Consiglio comunale e che, a consuntivo, valuterà la qualità del servizio reso e la congruità della spesa.

 

 

 

Si ringraziano per il proficuo confronto:

Appello per L’Aquila

Archeoclub

Assemblea Cittadina

L’Aquila che Vogliamo

Panta Rei

Italia Nostra

 

 

 

 

 

 

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Il fenomeno degli Urban Center

 

urban center

 

Il fenomeno degli Urban Center è strettamente connesso al cambiamento del quadro dei soggetti artefici degli scenari di trasformazione della città.

Infatti sulla scena urbana si sono, via via nel tempo, affacciati diversi attori, soprattutto nuovi stakeholders che si fanno portatori di approcci innovativi nel contesto urbano e che, attraverso partenariati con soggetti consolidati, (enti locali, imprese, consorzi di privati, gruppi bancari,ecc.) si inseriscono nella progettazione di interventi nel tessuto urbano.

Anche per questo  negli ultimi anni è stata riaffermata con forza la necessità di favorire l’avvio di una nuova stagione di democrazia partecipativa e deliberativa nei processi di trasformazione della città, attraverso la promozione e lo sviluppo di luoghi trasparenti e riconoscibili deputati all’informazione, la comunicazione, la partecipazione agli scenari di trasformazione della città.

Tali luoghi dovrebbero costituire un’ opportunità per le autorità di governo locale, utili a sperimentare nuove forme di democrazia partecipativa, non limitata agli aspetti passivi di tipo comunicativo-informativo, ma finalizzata alla costruzione condivisa delle linee guida delle politiche urbane.

E’ con tale prospettiva che l’associazione Policentrica Onlus cerca di portare avanti, attraverso tutti i possibili canali, un progetto di Urban center, “Una Casa della Città”.

Molte realtà territoriali, associazioni e singoli cittadini continuano a muoversi secondo un comune denominatore: la volontà di decidere sul territorio dove si vive e si vivrà. A L’Aquila, dove la ricostruzione della città assieme al suo territorio appare sempre più come una sfida. Troppo spesso, però, le speranze di incidere e di condizionare le amministrazioni si rivelano infondate, perché i meccanismi di partecipazione sono solo consultivi, svuotati di potere decisionale. Quasi che il “condizionamento decisionale” dei cittadini, attraverso modalità sperimentate in altri luoghi, anche italiani, fosse solo ed esclusivamente una modalità di svuotamento dei poteri dell’amministrazione e non invece una ricchezza.

Partecipare alle decisioni si è rivelato uno strumento non solo di una nuova democrazia, ma anche e soprattutto una modalità di coinvolgimento e, quindi, responsabilizzazione, dei cui benefici godono le città e i loro abitanti.

L’attivazione di un dibattito costante, consente di stimolare l’interesse diffuso e di far maturare nei cittadini quella coscienza necessaria a definire il proprio ruolo e a progettare il proprio spazio in modo condiviso.

Attraverso forme istituzionalizzate di confronto tecnico/culturale si costituisce, quindi, la possibilità di superare il disinteresse dei cittadini non solo per la politica, ma soprattutto nei confronti dei luoghi di vita, degli spazi e del futuro della propria città.

Una maggiore cultura urbana, può consentire al decisore politico di avere una più puntuale percezione delle esigenze e delle aspettative dei cittadini amministrati e se ne arricchirà.

Il fine ultimo dovrebbe essere la co-progettazione da parte dei cittadini delle politiche locali attraverso forme di democrazia diretta.

E’ un percorso non facile, ma ambizioso, cui non dovrebbe sottrarsi l’amministrazione e neanche il cittadino. Una sorta di circolo virtuoso per avvicinarsi di più ad una modalità di “vivere assieme”.

 

E’ per questo che la richiesta di una “Casa per la Città” non è solo una domanda di trasparenza e partecipazione, ma, molto più ambiziosamente, è un percorso, virtuoso, che aggiunge conoscenza; questa viene messa a disposizione di una città che, nella peculiarità del post-sisma, si ritrova a “ripensarsi”, anche come comunità.

 

Gli incontri che la nostra amministrazione sta svolgendo con i cittadini, non posseggono i fondamenti di una vera partecipazione, perché questa è soprattutto impegno, studio, progettazione e condivisione. “Partecipare” cioè, ha un doppio significato: prendere parte ad un determinato atto, processo; essere parte di un organismo, di un gruppo, di una comunità.

 

 

Giusi Pitari – Policentrica Onlus

 

 

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Se la politica seguisse il metodo della scienza

 

Da tempo l’associazione culturale “Policentrica” pone al centro della sua proposta l’importanza del controllo democratico nella pratica amministrativa e politica. Mi si consentano al riguardo alcune brevi considerazioni, che prendono spunto dalla tesi di Karl Popper sulla fallibilità o finitezza umana.

Sebbene tale tesi non sia certo una scoperta contemporanea, è anche grazie al contributo del pensatore viennese che essa è tornata a ricoprire, in pieno Novecento, un ruolo esplicativo fondamentale tanto in ambito scientifico che in ambito sociale. Ma cosa significa, esattamente, sostenere che l’uomo è un animale fallibile? Secondo un’ipotesi largamente condivisa, significa che all’uomo non compete il possesso (irraggiungibile) della verità, quanto piuttosto la ricerca mai conclusa di essa. In altri termini, significa riconoscere che, a causa della nostra natura di esseri finiti, siamo costitutivamente predisposti all’errore.

Una conclusione del genere, tuttavia, non dovrebbe suscitare imbarazzo, nè tantomeno spingere ad abbracciare una qualche forma di scetticismo perchè è proprio con i mattoni della fallibilità che si sono potuti costruire i migliori edifici della civiltà umana, ovvero quello della scienza e quello della democrazia; mentre è con quelli dell’infallibilità che sono stati eretti i più orribili come intolleranza, dogma e totalitarismo.

Più in particolare, la fallibilità rappresenta la struttura portante, la radice comune, tanto della scienza che della democrazia: come una teoria è realmente scientifica solo se può esser falsificata dall’esperienza, così una società è davvero democratica se, riconoscendo l’inesistenza di un punto di vista privilegiato con cui interpretare la realtà, accetta apertamente di essere criticata.  In buona sostanza, secondo Popper, non basta il consenso popolare per fare di una società una società democratica e questo per la semplice ragione che se un’intera nazione vota dittatori come Hitler il consenso c’è, ma la società non è affatto democratica.

A rendere democratica una società è piuttosto il consenso sul possibile dissenso, anche di uno solo. In altre parole, una società in cui non vi è dissenso, cioè  in cui l’operato di chi governa non può essere controllato e messo sistematicamente alla prova dall’attività critica dei cittadini, non può essere considerata autenticamente democratica.

Di conseguenza, chi amministra la ‘cosa pubblica’ dovrebbe essere pronto – così come lo scienziato – non solo ad accettare le critiche, ma addirittura a stimolarle e a promuoverle nel suo stesso interesse. Se siamo d’accordo con Popper, allora non potremo fare a meno di osservare che la presunzione di infallibilità è incompatibile con l’idea stessa di democrazia. Infatti, chi è convinto di possedere la verità o valori esclusivi, chi crede di aver scoperto in via definitiva ciò che è bene e ciò che è male per una comunità, scambierà la sua personale concezione come la migliore in assoluto, e magari penserà che, se gli altri non la riconoscono come tale, è solo per mancanza di consapevolezza o addirittura per ignoranza.

Basandosi sull’idea di perfettibilità, la democrazia si caratterizza invece come il luogo privilegiato del confronto razionale tra individui che, consapevoli dei propri e degli altrui limiti, utilizzano l’arma della critica per tentare di risolvere i loro problemi al fine di costruire un percorso di crescita che sia il più partecipato e solidale possibile. E quanto più ampi saranno gli spazi in cui esercitare il dialogo e la partecipazione diretta dei cittadini, tanto più la società aperta rafforzerà se stessa dal momento che promuoverà la crescita di persone autonome ed eticamente responsabili.

In termini più generali, ma soprattutto nello specifico contesto aquilano, una delle sfide che oggi abbiamo davanti consiste proprio in questo: considerare la competizione e il confronto tra idee la base essenziale per una proficua collaborazione tra individui che guardano al bene comune. Una confronto, si noti, che sarà tanto più efficace se coloro che presiedono le istituzioni saranno disposti a considerare la propria fallibilità non come un segno di debolezza ma come un’occasione virtuosa capace di ridurre al minimo la possibilità dell’errore. Questo sembra del tutto ragionevole.  Speriamo quindi che, d’ora in avanti, non saremo considerati solo come  elettori ma saremo ascoltati come cittadini.

 

Alessio Santelli – Policentrica-onlus (Dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi dell’Aquila)

 

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CHE COSA INTENDIAMO PER PARTECIPAZIONE ?

 

In questi giorni si susseguono con ritmo frenetico incontri e “question time” relativi al problema della ricostruzione ed alle prospettive di sviluppo dei comuni del cratere: ma siamo sicuri che tali strumenti partecipativi siano “validi “ rispetto agli obiettivi che il tema della ricostruzione pone? Sintetizzando al massimo, possiamo dire che gli obiettivi da raggiungere sono quelli relativi alla ricostruzione “materiale” (case, infrastrutture, manufatti industriali…) e “immateriale” (rigenerazione del tessuto socio- culturale e visione rifondativa e progettuale della città) in connessione reciproca e funzionale. Il problema è : che cosa vogliamo ottenere; ossia, possono questi soli strumenti, oltre che illustrare studi (“L’Aquila 2030, una strategia di sviluppo economico”; “Piano strategico dell’Aquila”), registrare aspettative, annotare osservazioni… REALIZZARE veramente tali obiettivi?
L’associazione Policentrica-onlus ritiene che tutto ciò non sia sufficiente per motivi di fondo e contingenti. Il modello di rapporto vincente ai fini della effettiva realizzazione di obiettivi complessi è ormai quello del rapporto di partenariato fra amministrazione e cittadino, basato sul principio di sussidiarietà cui si rifanno sia fondamentali Carte della UE (Trattati di Maastricht e di Lisbona), sia la riforma del Titolo V della nostra Costituzione.
Che cosa significa cittadino-partner? Significa applicare il principio subordinato della prossimità del livello decisionale al livello di attuazione, ossia: il cittadino, sia come singolo sia attraverso le formazioni sociali da lui espresse, deve avere la possibilità di cooperare con le istituzioni nel definire gli interventi che incidano
sulle realtà sociali a lui prossime in tutte le fasi di formazione.
Il progetto “Urban Center” consegnato ufficialmente al Comune, rappresentando uno strumento permanente, funzionale a tali esigenze,  va al più presto praticato con relativo luogo, spazio e struttura. Tale modello, inoltre, aiuta a superare anche le logiche degli apparati pubblici, dominati spesso da logiche burocratiche più che dalla preoccupazione di utilizzare le risorse a disposizione per il bene comune allargato. Queste considerazioni valgono sia che si tratti di amministrazione degli Enti territoriali sia
che si parli di quella relativa ad una realtà importante quale
l’università. Il rapporto fra Comune, cittadini e Università non può ridursi a semplice rapporto fra apparati più o meno comunicanti : l’università individuata quale principale realtà strategica di sviluppo dal rapporto “L’Aquila 2030”, se non si cambiano le premesse partecipative fondamentali, non potrà esprimere tutte le sue potenzialità di volano di iniziative imprenditoriali senza una rete territoriale di rapporti fra partner.

 

Prof. Emanuele Curci

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Consegnato al Sindaco il progetto “Urban Center”

Un Urban Center per la Città dell’Aquila

 

In seguito all’incontro avuto con il Sindaco Cialente il 5 dicembre 2012, Policentrica Onlus accetta l’invito di contribuire con la presentazione di propri progetti alla definizione di alcune problematiche contenute nel Piano Strategico dell’Aquila, presentato alla cittadinanza nel mese di Novembre 2012. Questo primo contributo riguarda il tema centrale della PARTECIPAZIONE.

Il Piano Strategico dell’Aquila riconosce l’importanza dei processi partecipativi nell’ambito della programmazione e della pianificazione. La società civile e le sue rappresentanze spontanee vengono infatti decisamente chiamati a contribuire all’individuazione delle scelte; anzi, il nascere di nuovi comitati ed associazioni viene giudicato nel Piano un potenziamento dell’impegno civile e quindi un effetto positivo del sisma.

Lo stesso sistema organizzativo proposto dal Piano prevede la partecipazione attiva della cittadinanza nell’intera articolazione della governance, sia nell’ambito della Consulta, sia all’interno della cosiddetta “Casa della Città”.

Nella Proposta di Documento Finale si parla esplicitamente (p.57) dell’avvio di uno spazio di partecipazione dei cittadini denominato “Urban Center” in cui discutere, essere informati e contribuire con idee alla trasformazione della città. Pare quindi manifesta la volontà dell’amministrazione di andare oltre il semplice Regolamento per la partecipazione e di “identificare le forme più avanzate di partecipazione dei cittadini alla vita amministrativa” (p.60).

 

L’esperienza degli Urban Center è ormai consolidata in molte città italiane, anche se obiettivi, poteri e funzionamento non sono affatto uniformi. Per questo motivo Policentrica Onlus si è confrontata con gli svariati modelli esistenti, formulando quello qui di seguito esposto come il più adatto ad una città come L’Aquila, che ha bisogno della massima creatività e coesione sociale per rilanciarsi nel ruolo che le assegna la storia.

 Perché l’Urban Center 

L’Urban Center serve per essere informati sulle strategie riguardanti il futuro della città e del suo territorio e per partecipare attivamente alla formazione delle decisioni.

L’apertura di uno spazio specializzato di informazione, di dialogo e di progettazione condivisa acquista un significato straordinario, poiché coincide con una fase particolarmente importante per la storia urbanistica della città.

Una visione condivisa del divenire urbano, basato sull’informazione e sul coinvolgimento dell’intera comunità, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo per realizzare la massima qualità urbana e paesaggistica all’interno della complessa operazione di ricostruzione e riqualificazione post-sisma.

Cos’è l’Urban Center

E’ il luogo attraverso il quale si favorisce sistematicamente l’informazione, la comunicazione e la partecipazione dei cittadini in merito ai temi della città e del territorio che cambiano.

L’Urban Center nasce in un contesto istituzionale e amministrativo attento all’ascolto e al coinvolgimento della società locale e testimonia l’impegno dell’Amministrazione Comunale verso forme di governo capaci di migliorare l’efficacia delle politiche pubbliche.

Quindi è il luogo in cui, attivando un processo di scambio e di dibattito aperto e allargato, si raccolgono le proposte e si definiscono le politiche di trasformazione del territorio; perché il futuro di un territorio non è mai attesa passiva, bensì consapevolezza critica diffusa, costruzione collettiva, pratiche di vera democrazia.

E’ quindi il luogo dinamico in cui avviene l’intero processo di espansione, confronto e formazione di una strategia di sviluppo condivisa.

A chi è rivolto

In primo luogo al Cittadino con l’obiettivo di colmare il “vuoto di percezione” che spesso avverte nei confronti di quanto c’è o di quanto accade. Quindi ai diversi soggetti, pubblici e privati, interni ed esterni (istituti di credito, operatori economici, imprenditori, etc,), che sono interessati ad operare sul territorio per promuovere lo sviluppo ambientale, economico e sociale per mezzo di interventi di trasformazione. I contributi dei cittadini potranno essere di natura economica, culturale o professionale.

Infine, alle Istituzioni in tutte le loro forme e funzioni, sia a livello comunale che superiore quale luogo di pianificazione, confronto e divulgazione.

Obiettivi e attività

L’Urban Center è volto ad ascoltare le esigenze di una società sempre più composita e differenziata, a condividere un’idea di futuro, a governare i processi di sviluppo, a legare i progetti ad una memoria continuamente ritrovata.

In esso si intende arricchire la discussione pubblica con temi e argomenti che contribuiscano al progresso della società; l’Urban Center individua, progetta e promuove azioni per valorizzare il capitale umano (promozione della qualità urbana, senso di appartenenza e di coesione, conoscenza, istruzione, informazione, capacità di trasformazione e di creazione/promozione delle professionalità locali) e il capitale fisico (il territorio, il patrimonio ambientale, culturale, artistico intesi come mezzi di produzione capaci di avviare processi virtuosi di crescita).

Presidente dell’Urban Center è il Sindaco pro-tempore della Città o un suo delegato permanente.

Ulteriori compiti dell’Urban Center

Promuove ed ospita eventi quali assemblee, seminari, incontri, workshop, attività didattiche ed educative, visite guidate, ecc. volti a comunicare gli scenari del cambiamento che si vanno via via configurando. Esso è aperto, sotto forma di “sportello informativo” alla comunicazione di disegni, plastici, fotografie, filmati che mostrano il “cantiere in corso” della città che verrà, le sue forme, le sue condizioni d’uso.

L’Urban Center promuove infine la pubblicazione di studi e ricerche mirate a promuovere l’attrattività del paesaggio e la qualità della vita urbana.

L’attività principale dell’Urban Center si articola in tre sezioni complementari: i “Tavoli delle Idee”, il “Comitato di elaborazione strategica” e il “Laboratorio Sviluppo Progetti”.

 

“Tavoli delle Idee”

Rappresentano il  momento centrale del coinvolgimento dei cittadini, sulla base del Regolamento per la Partecipazione (da adeguare alle presenti esigenze). L’attività si può articolare in assemblee e convegni, anche tematici, nei quali – servendosi di personale specializzato nella facilitazione comunicativa – vengono elaborate idee e proposte concrete da parte dei diversi attori sociali ed economici, sollecitando atteggiamenti cooperativi che portino alla costruzione di strategie di intervento e di trasformazione condivisa. Tali idee e proposte devono essere ovviamente ispirate alla promozione del territorio, della sua identità paesaggistica, ambientale e produttiva, alla promozione culturale della città e della cittadinanza.

“Comitato di elaborazione strategica”

Presieduto dal Sindaco e composto a sua scelta da un team qualificato di consulenti, ha il ruolo specifico di vagliare e ricondurre a una visione sistemica le singole proposte provenienti dai diversi “Tavoli”, allo scopo di pervenire alla costruzione di un’idea nuova e condivisa di Città e di sviluppare i conseguenti obiettivi strategici. Il Comitato, nel recepire le proposte e le idee di cui sopra, si occupa anche di verificarne la fattibilità all’interno di un contesto sociale, ambientale ed economico sovracomunale (cratere sismico, ambito provinciale e regionale) da definire di volta in volta.

Tale visione sistemica, secondo una logica iterativa di “progetto e verifica”, va sottoposta all’approvazione dei Tavoli, per poi essere inviata al “Laboratorio Sviluppo Progetti”.

“Laboratorio Sviluppo Progetti”

Ha il compito di concretizzare con proposte operative la visione sistemica, attraverso progetti semplici (di dimensioni locali e contenuta, di agevole fattibilità e di impegno economico sostenibile) e progetti complessi (di ampio respiro territoriale e socio-economico, con caratteristiche di complessità).

Il Laboratorio è composto da varie figure professionali riguardanti diversi settori (urbanistica, ingegneria, geologia, architettura, architettura paesaggistica, economia, storia, sociologia, psicologia, etc,).

 

Organizzazione

Al fine di garantire la continuità della sue funzioni, l’Urban Center deve dotarsi di una sede propria e di uno staff addetto al proprio funzionamento, prevedendo regolari turni di apertura durante i quali accogliere ed informare i visitatori.

L’Urban Center si dovrà dotare di un proprio sito informatico che, oltre a fornire al cittadino la massima trasparenza sui processi di trasformazione in corso, consentirà anche di funzionare in rete con gli altri Urban Center italiani ed europei.

 

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Assemblea “pubblica” L’Aquila 2030

 

L’incontro avvenuto giovedì u.s., presso la sala dell’ANCE , sul piano di sviluppo socio-economico delineato dal rapporto-Calafati, portava il titolo significativo “Parlano i cittadini. Da spettatori a protagonisti”.  Dell’assemblea pubblica, pochi erano al corrente: a parte qualche manifesto non si è visto né sentito nulla in città.
Considerando che il rapporto fu presentato nel mese di settembre e che fu accolto in città da una sorta di muro di silenzio, ci saremmo aspettati, dunque, come cittadini, di poter approfittare di questo momento democratico per chiedere chiarimenti allo stesso prof. Calafati o porre quesiti al ministro Barca o al sindaco Cialente.
Invece, il moderatore Oliviero Beha ha concesso la facoltà di parlare solo a sette concittadini (prescelti non si sa come, perché e da chi), definiti dallo stesso giornalista “rappresentanti di loro stessi” e chiamati unicamente a riassumere e commentare succintamente le oltre 100 pagine del documento.
Abbiamo quindi assistito nient’altro che ad un format televisivo di scarsa qualità, a una deprimente parodia della partecipazione, ad un’ennesima occasione mancata. Quale sia stato lo scopo non lo abbiamo capito, né tanto meno ci è dato di sapere chi abbia organizzato questa messinscena, per la quale ci sentiamo di solidarizzare con il prof. Calafati, che meriterebbe ben altro tipo di discussioni e approfondimenti.
Se questo è un segnale per la cittadinanza del tipo “vi facciamo partecipare”, sosteniamo che tutto ciò non è partecipazione, ma una umiliante presa in giro per i cittadini, che meritano di essere davvero protagonisti e non spettatori di simili sceneggiate.
Ribadiamo che la partecipazione non è un ufficio né un evento, ma un fertile itinerario di crescita civile. Favorire la partecipazione vuol dire lasciare spazio all’interazione tra i partecipanti, evitando l’ascolto passivo; significa rispettare le conoscenze e le competenze individuali; significa facilitare il coinvolgimento e tenerne conto in sede decisionale. Insomma la partecipazione è allo stesso tempo un processo di apprendimento e un risultato; è un approccio, un’attitudine di chi amministra. E questa attitudine sembra mancare, anzi è sempre mancata.
Per un tema così importante, quale la strategia di sviluppo socio-economico della città, occorre alzare il tiro, occorre che si esprimano i soggetti decisori, le istituzioni e che queste si confrontino con la cittadinanza non in modo estemporaneo, ma in luoghi permanenti predisposti al confronto e alla progettazione.
Come ha ripetuto il prof. Calafati, per elaborare una strategia di sviluppo credibile bisogna adottare un metodo scientifico ancorato alla realtà e condiviso da una comunità coesa. Abbiamo già assistito a troppi teatrini, utili solo a porre l’aggettivo “partecipato” a decisioni che vengono prese nelle segrete stanze. Ci auguriamo, nei giorni a venire, di comprendere lo scopo della serata di giovedì. Nel frattempo auspichiamo che il livello del dibattito cittadino si elevi e divenga continuo e propositivo.

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Gli alberi, la partecipazione e l’Urban Center

Nonostante il coro di voci in favore di un coinvolgimento attivo della popolazione nelle scelte urbanistiche e non, continuiamo a vedere compiersi l’esatto contrario: progetti, piani di mobilità, installazioni, vengono calati dall’alto con grave danno per i beni comuni e col risultato di un progressivo scontento dei cittadini, già ampiamente disgustati dai giochi della politica.

Dopo la cementificazione per il mercato di piazza d’armi e la localizzazione dell’auditorium nel parco del Castello, l’ultima “scorribanda” dei nostri amministratori riguarda il taglio di ben 37 alberi in via Paolucci, variamente giustificata dal Sindaco, che giunge come un’ulteriore maceria su questa “non città”. Non è più concepibile che oggi si chiuda una strada e domani la si ritrovi spoglia; non è più accettabile che oggi si decida un’istallazione e domani la si ritrovi inaugurata (e subito chiusa); non è più plausibile che la cittadinanza si trovi esclusa da qualsiasi decisione la riguardi.
E’ giunto il tempo in cui non abbiamo più voglia di protestare a cose fatte, ma esigiamo piuttosto di essere riconosciuti quali legittimi protagonisti dello sviluppo urbanistico e socio-economico della nostra città.
Ripetiamo che le decisioni sulle strategie riguardanti il futuro della città e del suo territorio debbano essere discusse con la cittadinanza in una struttura pubblica, l’Urban Center, nella quale sia possibile partecipare attivamente alla formazione delle decisioni.

Si tratta di un’esigenza espressa, da tre anni e mezzo a questa parte, dai cittadini aquilani e, almeno a parole, anche dal Ministro Barca che, sin dal primo incontro sollevava non solo la questione della partecipazione, ma persino quella di una mancanza di democrazia nell’Aquilano.

Non l’apertura di un generico “ufficio per la partecipazione”, ma la creazione di uno spazio specializzato di informazione, di dialogo e di progettazione condivisa acquista un significato straordinario, poiché coincide con una fase particolarmente importante per la storia urbanistica della città. Una visione condivisa del divenire urbano, basato sull’informazione e sul coinvolgimento dell’intera comunità, potrebbe rivelarsi un fattore decisivo per consentire di ottimizzare la qualità urbana e paesaggistica delle trasformazioni all’interno della complessa operazione di ricostruzione e riqualificazione post sisma.

Lo stesso programma di mandato di questa amministrazione prevede testualmente che “sarà adottato un regolamento comunale per spazi di partecipazione e dibattito pubblico a disposizione di tutti i cittadini”. Pretendiamo, quindi, che l’amministrazione rispetti la tempistica di tali interventi (ottobre 2012) e vigileremo sull’attuazione del programma di mandato.

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A proposito della candidatura dell’Aquila a Capitale Europea della cultura

L’Aquila dovrà sostenere la sua candidatura a Capitale Europea della Cultura in un’ardua competizione con altre 18 realtà italiane, spesso molto più estese e conosciute della nostra; a tal proposito, oltre ad un documento sul sito del Comune dell’Aquila, l’assessore Pezzopane ha promosso alcuni incontri di ascolto con i cittadini e le associazioni. Ciò che ci appare indispensabile e propedeutico a qualsiasi altra azione è individuare temi specifici intorno ai quali sviluppare un progetto culturale che abbia la necessaria rilevanza europea. Ci sembra evidente che ciò che potrebbe caratterizzare in modo originale la nostra candidatura è la recente esperienza del terremoto e l’ambizione di spendere il nostro capitale culturale per ricostruire la Città in modo innovativo.

Come associazione Policentrica abbiamo proposto in questa fase preparatoria un possibile sottotitolo (L’Aquila Città della sicurezza, dell’accoglienza e dello sviluppo sostenibile), indicando la nostra futura vocazione culturale nella ricerca scientifica applicata alla sicurezza antisismica e nell’affinamento di una pratica dell’inclusività, anche di carattere interetnico. Il modello da mostrare all’Europa e al mondo potrebbe essere quindi quello di una città che sappia coniugare bellezza, sicurezza e sostenibilità con l’accoglienza di studenti fuori sede e di lavoratori italiani o stranieri che nei prossimi anni affluiranno in gran numero nell’ambito della ricostruzione materiale.
In questa prospettiva, riteniamo indispensabile che si apra al più presto una collaborazione tra i diversi soggetti culturali della città (istituzioni, associazioni, etc.), onde evitare che una eccessiva parcellizzazione dei propri progetti non riesca a coprire, in modo definito, gli obiettivi prefissi che devono comprendere i principi ispiratori dell’Europa unita.
La suddetta collaborazione non può essere certamente sporadica, ma dovrebbe essere avviata subito attraverso veri e propri laboratori e tavoli di discussione, in una struttura permanente di riferimento che sia l’Urban Center della città dell’Aquila e dell’intero territorio. A tal proposito segnaliamo la presenza di un osservatorio europeo sugli urban center, intesi non solo come vetrine di comunicazione e informazione, ma soprattutto come “luoghi privilegiati” per la condivisione delle strategie di sviluppo.
Naturalmente una ulteriore condizione per la riuscita del progetto è che ad esso concorrano anche i Comuni limitrofi, insieme ad altre realtà provinciali e regionali che lo desiderino.
Guardiamo quindi con molta attenzione alla costruzione di un percorso che ci porti a divenire una Capitale Europea della Cultura, ma sottolineiamo, nel senso auspicato dal coordinatore Errico Centofanti, l’occasione che attraverso questo confronto partecipato possa maturare anche una popolazione finalmente coesa, costruttiva e aperta al nuovo.

Policentrica onlus

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Il rapporto del prof. Calafati: una possibile strategia di sviluppo

 

L’associazione Policentrica ha recepito con molta attenzione il recente rapporto del prof. Calafati in quanto, partendo da una quantità di dati reali, esso si sforza di indicare una possibile e credibile linea di sviluppo socio-economico per la Città e il suo territorio.

Crediamo, pertanto, che respingere questo studio scientifico come un “diktat” governativo o come una mera “critica” al turismo del territorio, sia una inaccettabile banalizzazione in una città che segna un grave ritardo culturale e politico nell’individuazione delle proprie vocazioni e delle sue stesse risorse. Una città che pare concentrata sulla sola ricostruzione fisica non può infatti rinviare un serio e approfondito dibattito sul proprio futuro socio-economico che, in assenza di interventi tempestivi e lungimiranti, sarà sicuramente segnato da un ineludibile declino.

Nelle condizioni attuali, l’obiettivo di ricostruire L’Aquila “dov’era e com’era” non è nulla di più di uno slogan: dinanzi ai repentini e irreversibili cambiamenti del profilo fisico-spaziale, occorre invece convergere su una nuova visione della città e su obiettivi di carattere strutturale che restino condivisi nel tempo. Poiché la forma fisica della città disegna lo sviluppo economico e il benessere stesso dei cittadini, riteniamo centrale il suggerimento contenuto nello studio di trasformare l’attuale città diffusa in una città sostenibile, superando il vecchio “policentrismo gerarchizzato” tutto gravitante sul centro storico.

Lo stesso studio indica l’individuazione nel territorio di una pluralità di poli di attrazione intermedi, ciascuno dotato di una propria vocazione, ma tutti interconnessi dal punto di vista funzionale. Ne consegue la necessità di attivare strumenti di pianificazione territoriale (urbanistica ed economica) che si basino su una nuova cooperazione strategica tra i comuni del sistema urbano. Solo in una visione d’insieme, ad esempio, il turismo potrà essere un credibile elemento di rinascita almeno per i borghi aquilani.

Ci piacerebbe che gli enti locali, facendo tesoro di questa analisi che si autodefinisce senza alcuna pretesa come un “ausilio ai processi decisionali”, avviassero finalmente una pianificazione complessiva partecipata che indichi chiaramente tempi, priorità ed obiettivi strategici.

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La presidente di Policentrica Antonella Marrocchi

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Un Palazzo delle Esposizioni al Centro dell’Aquila

La popolazione aquilana è fortemente legata alla sua città e lo testimonia il fatto che, almeno nell’immediato, non è avvenuto lo spopolamento massiccio che si temeva. L’assenza di prospettive materiali e, forse ancor di più, l’assenza di un progetto dell’intero territorio che descriva  la città e il cosiddetto “contado” non solo come ricostruzione degli immobili, ma anche come “vocazione”, sta determinando disaffezione e la mancanza di certezze può avviare una sorta di emigrazione verso altri  comuni.

Esprimendo la nostra visione policentrica e spostando l’attenzione sui centri cosiddetti minori, sulle popolose periferie vecchie e nuove, il centro della città non è stato in alcun modo messo da parte, ma anzi nella visione di una città nuova, aperta, sicura e improntata sulla bellezza, il centro all’interno delle mura può essere ridisegnato, evitando gli errori che nel passato ci hanno regalato una città caotica, disordinata e poco godibile in termini culturali e di bellezza. Se pensiamo nostalgicamente al com’era dov’era non possiamo non includere, in questo pensiero, gli errori strategici che non hanno mai permesso una valorizzazione delle nostre bellezze e nemmeno la loro fruizione sia da parte dei cittadini che da un punto di vista turistico.

Cosa sarà il nostro centro città? Ancora un luogo caotico, accentratore con servizi (tutti), uffici e automobili? La grande sfida della ricostruzione della città, le cui linee-guida dovrebbero essere oggetto di un ampio e approfondito dibattito, ancora non la stiamo giocando. Il centro storico deve restare il luogo della memoria e dell’identità cittadina e dovrà essere finalmente pedonalizzato, sicuro, pulito, insomma bello, e diverrà il cuore pulsante di un più vasto organismo urbano immerso nella natura circostante. In centro potrebbero essere collocate attività culturali che, in maniera continua, attirino gli aquilani e anche i turisti. Per esempio un bel “Palazzo delle esposizioni”: un  grande spazio espositivo interdisciplinare nel centro della città, in un palazzo d’epoca, ricostruito ad hoc; con una Sala polifunzionale (cinema e multimediale); uno spazio  di cultura e suggestioni, capace di presentare al pubblico progetti qualitativamente elevati, nel quale gli standard tecnologici siano di eccellenza. Un vero e proprio centro culturale, in continuo e proficuo scambio con importanti istituzioni culturali internazionali. Un Palazzo che possa ospitare le grandi mostre anche scientifiche, per affiancare nella realizzazione e nell’assistenza agli utenti, personale qualificato delle scuole, dell’Università e dei vari istituti di ricerca e formazione della città; che coinvolga le forze giovanili del territorio nella gestione; che abbia un calendario d’eccellenza che ogni anno porti in città le migliori mostre classiche, moderne, multimediali, scientifiche. Un vera iniziativa qualificante che, come dimostrano i dati di altre città, con iniziative anche non continue, si ripagherebbe da sé.

Dove collocarlo? Questo al momento è un problema per chi, come cittadino, non è stato in alcun modo coinvolto nelle scelte e nella discussione delle stesse. Quindi, ammettendo che immobili molto danneggiati, quali la ex-scuola De Amicis, verranno davvero ricostruiti prioritariamente, nonostante l’esosità dell’intervento, bene, questo potrebbe avere la destinazione descritta. Una decisione da prendere subito per dedicare la ricostruzione degli interni proprio a questa destinazione. O anche la caserma attigua, ridisegnata all’uopo, anche con innesti moderni, che diano respiro e luce a Piazza San Bernardino.

Il centro della città come luogo fruibile nella sua bellezza architettonica e per l’offerta culturale variegata e di qualità.

 

Di Giusi Pitari

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L’Aquila e la macroregione adriatica

L’Aquila oggi: il più grande cantiere d’Europa, contraddistinto da una ricostruzione lenta e con poche prospettive, che ha escluso dal suo vocabolario il termine “rigenerazione”; una ricostruzione che si consuma, vivacchiando fra le sterili diatribe sul futuro ruolo del centro storico ed i balletti pre-elettorali; fra il teatrino di accuse che i notabili del ceto politico si scambiano a mo’ di favori e la disparata e discordante mobilitazione della società civile, a cui si aggiunge, non ultima, l’allegra compagnia di operatori che, adoperandosi alacremente in Continue reading

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Le “Mura del Diavolo” polarità della città territorio

Una polarità archeologica di notevole importanza della città territorio dell’Aquila sono le mura ciclopiche denominate “Mura del diavolo o delle fate”, poste in una zona impervia, nel tenimento di Arischia, nelle vicinanze di Cansatessa.

Sono tornato a visitare le Mura dopo due anni e quattro mesi dal terremoto per verificarne lo stato. Posso dire che hanno resistito bene alla violenza devastatrice del terremoto, ma il tempo e soprattutto l’incuria degli uomini continuano a creare danni. I grandi blocchi di pietra calcarea si Continue reading

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L’Aquila: rigenerazione di un polo di attrazione del Centro Storico

Quando si dice che la realtà supera la fantasia: 10 milioni per un parcheggio interrato sotto piazza San Bernardino e 16 milioni per la scuola “De Amicis”, per riportarci la scuola elementare dov’era e com’era. Ma 26 milioni di euro non si potrebbero spendere un po’ meglio? E’ così importante mantenere questo elefantiaco volume edilizio in prossimità di uno dei luoghi più seducenti del centro storico, che dall’evento sismico potrebbe trarre ulteriori opportunità di  arricchimento spaziale e diventare il cuore della città? Continue reading

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L’Aquila: il mito e l’avventura della ricostruzione

Di fronte all’uomo primitivo la vita, la natura e la storia appaiono come un vortice di immagini senza senso; il mito diventa per lui lo strumento centrale che gli consente di ordinare e di conoscere la propria realtà. L’uomo primitivo non conosce le leggi che governano la natura, le cause della vita e della morte e davanti a questo universo di immagini sconnesse che la natura e la vita gli propongono quotidianamente, rischia di perdersi, di cadere preda dell’ansia, della paura, della depressione. Attraverso il mito egli ritrova il senso della realtà, costruisce l’ordine di quelle immagini, altrimenti impenetrabili. Continue reading

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Un video per raccontare l’Aterno

Il fiume Aterno come guida per guardare con occhi diversi il territorio aquilano e come punto di riferimento per una riorganizzazione e armonizzazione organica. L’intento è catturare una più ampia e sollecita attenzione da parte della società civile e delle istituzioni aquilane verso il paesaggio fluviale dell’Aterno e la sua architettura, intesi come strumenti insostituibili per l’elaborazione di una visione sistemica ed ecosostenibile di città-territorio capace, nel contempo, di promuovere una proposta di Parco Regionale dell’Aterno/Pescara. Continue reading

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Centro storico e paesaggio urbano

Nella nostra città – estremamente riguardosa nei confronti del centro storico e della sua ricostruzione – la cultura del paesaggio urbano è ancora pervasa dalle ideologie del frammento e del caos. La mancanza di un’ipotesi di disegno urbano, di un’idea di città ne è la chiara riprova. Come è stato ripetutamente denunciato dalla stampa, “esplode il bubbone dell’abusivismo edilizio legato alle casette di legno”. La loro proliferazione fuori da ogni controllo, fa dire al Sindaco che “è necessario riportare la situazione ad uno stato di normalità edilizia e paesaggistica.” Continue reading

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Ricostruzione: il Sindaco pensi a bimbi come Toro Seduto

“..ma  ai bambini chi ci pensa?”

Questa domanda, in maniera così semplice, mi è stata rivolta da un bambino che non trova più “le sue giostre”, i suoi spazi di incontro con coetanei, la sua “libertà di scorrazzare ” per le strade di questa città.

“Sempre con mamma al supermercato, uffa! Uffa! Potete fare qualcosa per noi?” Questa sì che è una domanda seria!

Siamo tutti presi dagli impegni per risolvere i problemi dei “grandi” di questa nostra città: la ricostruzione, la partecipazione, l’occupazione, l’economia, il commercio, la ristrutturazione degli edifici scolastici, l’università, … Continue reading

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Il parco di Collemaggio icona dell’Aquila Città Parco

Nell’assemblea dell’Ordine dei Medici della Provincia dell’Aquila del 26 gennaio 1913, su proposta della Presidenza della Croce Azzurra di cui fu portavoce il dottor Luigi Paolucci, si decise di intitolare allo scomparso professor Gaetano Bellisari (giovane e insigne psichiatra, deceduto probabilmente per una infezione contratta durante l’esecuzione di un’autopsia) il nuovo manicomio della città dell’Aquila, ma a tale determinazione non venne dato seguito (Placidi S, 2011).

Negli gli anni del post-terremoto della Marsica del 1915 buona parte dei ricoverati proviene da quella zona. Continue reading

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Benvenuti a L’Aquila – città parco

“Che cos’è oggi la città, per noi? […] nel momento in cui diventa sempre più difficile viverle come città […] Le città invisibili sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili”.  Così osservava Italo Calvino nella presentazione di una riedizione de “Le città invisibili”. E sicuramente, se la progettazione e la pianificazione dello spazio urbanizzato rientrano nei compiti e nelle competenze specifiche di urbanisti, architetti, sociologi, antropologi ed economisti, sognare o immaginare uno spazio vivibile capace di ospitare, valorizzare e stimolare le nostre vite resta diritto di ogni cittadino. Oggi all’Aquila più che mai e più che altrove. Continue reading

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L’Aterno, un fiume da riscoprire (video)

“Spesso quello che cerchiamo è proprio sotto i nostri occhi”. Questo aforisma sembra pensato per noi aquilani, che da sempre abbiamo a portata di mano un tesoro naturale come il fiume e che, invece di valorizzarlo, da ormai troppo tempo  lo lasciamo abbandonato a se stesso, come se non esistesse, anche per le istituzioni che invece dovrebbero tutelarlo.

Si parla di fiume solo quando c’è qualche esondazione, eppure basta fare due passi dal parcheggio della Reiss Romoli per trovarsi catapultati in un’altra dimensione, una vera e propria Continue reading

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L’Aquila: un “Urban Center” per la ricostruzione partecipata

Negli ultimi mesi, forse anche a causa delle contraddizioni sorte in seno all’assemblea cittadina, si è tornati ad invocare l’istituzione di un organismo capace di garantire in modo continuativo e fecondo la più ampia partecipazione sociale alla delicata e complessa gestione della ricostruzione e riqualificazione post sisma. Attingendo alle consolidate esperienze di altre realtà italiane ed europee, lo strumento più idoneo allo scopo sembra essere il cosiddetto Urban Center (o, per gli anglofobi, la Casa della Città), cioè un organismo ampiamente rappresentativo della realtà sociale e riconosciuto quale Continue reading

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